La rivoluzione digitale è tutta qua…

C’è questo video di Facebook (in realtà non gettonatissimo, devo dire, su Youtube pubblicato il 9 luglio e con 22mila condivisioni ad oggi, nulla praticamente, se pensiamo che proviene dal Facebook team e che potenzialmente avrebbe potuto avere un pubblico “mondiale”).

C’è questo video in cui, semplicemente, Facebook prova a mostrare come ci si organizza nella vita reale, per far cose della vita di ogni giorno, attraverso Facebook.

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Una partita. Messaggio organizzativo dei ragazzi su Facebook (attraverso Messenger). Ed è subito mobilitazione. Ci vediamo al campetto!

Un video vacanziero, Summer Friendly. Facebook, il social, amico della nostra estate e del tempo libero. Fermare in un minuto di video, le migliaia di condivisioni social organizzative che passano sui nostri smartphone, ogni giorno.

Chi, nell’ultimo anno, non ha organizzato una partita, una birra, una pizza, una vacanza, un appuntamento, una cena con amici, parenti, col partner ecc. passando da Whatsapp, Facebook, Twitter & co.?

La relazione. La rivoluzione digitale è tutta qua: nelle persone che usano le tecnologie per comunicare, in ogni momento, semplicemente, con le persone.

Nulla di virtuale. Tanto reale, tanto quotidiano, piuttosto.

(fatemi mandare un tweet a husband per chiedere cosa facciamo per pranzo, va…)
;)

La differenza tra conoscere e comprendere

Considerare le cose dal punto di vista dell’altro.
Per comprendere veramente un’altra persona è necessario, in ogni situazione, provare a guardare le cose dalla prospettiva dell’altro.
Non è semplice.

empathy_design

I believe that there’s a difference between knowing something and understanding it. You know how you’ll try to communicate something very important to you to another person and sometimes they’ll wave you off with an impatient, “I know, I know”? That’s knowing: I got the gist, filed it away, I don’t need to think about it again. Knowing is comprehension; understanding is deeper because it comes from empathy or identification.

Matt Zoller Seitz – RogertEbert.com’s – via LH

Friendfeed e pietre in faccia…

E’ un po’ che, scherzando ma nemmeno tanto, con Delymyth oppure con Gigicogo e con altri amici, ci diciamo che sarebbe il caso di scrivere uno studio approfondito sulla dinamica delle relazioni che si scatenano su Friendfeed.

Bè, questo video (Pietre di Antoine) mi sembra un ottima premessa allo studio approfondito.
Comincia con la domanda chi è che tira le pietre? Finisce con il prendere le distanze del diretto interessato…

Friendfeed e le pietre in faccia. Per qualche motivo, su cui fervono le indagini degli studiosi, pare che il costume nazionale su Friendfeed sia proprio quello di tirare le pietre (in gergo tecnico “flame”). A prescindere. E non solo quando fa caldo.

Parafrasando Irene Cara: “Flame, I’m gonna live forever… baby remember my nickname…remember, remember, remember…FLAME!”

(foto di Di Thomas Hawk)

Se sei buono, te le tirano. Se sei cattivo è anche ovvio. Se sei blogger, te le tirano, se porti i tacchi ma anche se non li porti, se sei guru del web e soprattutto se non lo sei, se scrivi un libro o se non lo scrivi, se partecipi ad un barcamp oppure se non ci vai e ti si nota di più, se ti fai le foto o se te le fanno gli altri, se dici una roba interessante e scateni la conversazione oppure anche solo perchè respiri.

Entrare a gamba tesa nelle conversazioni, sparare a zero, moltiplicare i commenti. Non contenti, aprire un altro thread in cui dirne di tutti i colori su qualcuno cercando il consenso del proprio mini branco. O anche aprire stanze segrete, private che poi basta un errore di uno degli adepti e vengono a galla. Basta che se ne sparli, ma fra di noi, muahahahahah.

Account fake creati ad hoc, liberi di tirare pietre in faccia protetti dall’anonimato e dallo schermo. Compaiono, scompaiono quando il gioco si fa duro o quando vengono sgamati ed associati a un reale proprietario.

Il discorso va ovviamente approfondito con esempi concreti di testi estratti da conversazioni deliranti.

Vi lascio col testo della canzone. Volevo parafrasarlo per contestualizzarlo a Friendfeed e alle tipologie di fauna che tirano le pietre virtuali con i loro thread e i loro commenti e le loro stanzette. Invece va bene così com’è.

Tu sei buono e ti tirano le pietre.
Sei cattivo e ti tirano le pietre.
Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai,
sempre pietre in faccia prenderai.

Tu sei ricco e ti tirano le pietre
Non sei ricco e ti tirano le pietre
Al mondo non c’è mai qualcosa che gli va
e pietre prenderai senza pietà!

Sarà così
finché vivrai
Sarà così

Se lavori, ti tirano le pietre.
Non fai niente e ti tirano le pietre.
Qualunque cosa fai capire tu non puoi
se è bene o male quello che tu fai.

Tu sei bello e ti tirano le pietre.
Tu sei brutto e ti tirano le pietre.
E il giorno che vorrai difenderti vedrai
che tante pietre in faccia prenderai!

Sarà così
finché vivrai
Sarà così

Linkedin in italiano: ve lo spiego con un video

Linkedin da oggi è finalmente in italiano. E’ un social network professionale, orientato alla condivisione delle esperienze lavorative, del curriculum e delle relazioni correlate al nostro lavoro ed alle nostre competenze.
Ve lo spiego con un video. Da Gigi invece vi rimando per l’approfondimento.

Ohh Lady, Lady Lady Oscar le gran dame a corte (e non solo loro) ti invidiano perchè?

Le donne di qua, le donne di là, il rispetto la parità e bla bla bla

Premetto che:

– Lady Oscar, che m’accompagna da sempre in rete, non sta qui per combattere o sfidare gli uomini. (Checchè se ne dica).  Nè a mettere il focus sulle differenze di genere, sul femminismo, su cose così.  Mio padre voleva un maschietto, ma ahimè son nata io. Tutto qui.

– A capo della guardia della Regina ci può stare tranquillamente anche Oscar, e farlo bene, allo stesso modo di un uomo.

Non c’è nulla da combattere. Semplicemente è normale essere uomini, essere donne, relazionarsi, confrontarsi alla pari. Me l’hanno quasi sempre fatto fare nella vita. Eppure provengo da una società patriarcale e maschilista come quella calabrese. Eppure.

[EDIT: aggiungo per meglio specificare la definizione di violenza, vocabolo qui utilizzato per intendere:  "un'azione molto intensa che reca danno grave a una o più persone e compiuta da una o più persone che operano sinergicamente...La violenza, quindi, non necessariamente implica un danno fisico." (wikipedia)]

Qualcosa che può essere impercettibile, ma che sempre “violenza” rimane, in questa accezione.  Subdola, ma radicata.  Lo nota l’occhio della donna, se ha allenato il suo occhio a notarlo. E lo nota l’uomo sensibile in alcuni comportamenti consolidati dei suoi simili. Lo nota chi vive le differenze di genere come arricchimento reciproco, in qualunque contesto e non come sfida a detenere la superiorità.

Chi percepisce di NON essere più l’essere superiore perchè l’essere superiore NON ESISTE, reagisce con violenza. Non ha altri modi.

Una violenza spesso subdola contro la donna, perchè donna, anche in contesti che non t’aspetti, in contesti neutrali come la parte abitata della rete, di quella rete abitata indistintamente da uomini e donne che si relazionano fra loro.

“Conversano”. Dicono i guru del web.

E c’è disparità di comportamento in una stessa situazione, a seconda che l’antagonista sia uomo o donna. Da parte di un uomo. Basta osservare, basta leggere. Tra le righe e non.

E  c’è mobbing sottile, stalking impercettibile, in situazioni dove non dovrebbero. Dove a ben guardare non ci sono nè botte nè sangue, solo parole o magari immagini. Punti di vista, condivisioni, cazzeggio.

Parole o immagini condivise in contesti sociali in cui si interagisce, in cui si è tutti uguali, parole scritte con la volontà precisa di essere condivise. Altrimenti non le scriveremmo in rete, ma nel caro vecchio diario segreto.

Parole scritte in rete, su un socialcoso pubblico, con la volontà precisa di essere condivise. Di riderci su o di dimostrare l’essere SUPERIORE. Di dire qualcosa a qualcuno. Di dimostrare. Di dimostrare. Di dimostrare che cosa? La propria piccolezza?

Parole che, se scritte in rete, restano.

Anche se le cancelli e dopo ti giustifichi con un “Non volevo”, si scherzava fra noi.

No, non si scherzava. La tua libertà finisce dove inizia la mia. Non puoi permetterti di dire si scherzava quando in rete ti scagli pubblicamente contro qualcuno, donna, che non conosci nemmeno, scrivendo: “C’è una stronza che non capisce un cazzo“. Condendo il tutto con altre amenità che non ripeto nemmeno.

Perchè contro un uomo, non lo fai. In situazione analoga, identico argomento, consesso però di uomini, la reazione non è la stessa. Anzi, la reazione proprio non c’è. Identico argomento, attacco anche nominativo e personale, consesso di soli uomini. Una donna s’è presa della “Stronza” e della “signora della feccia più lercia”, un uomo non s’è preso nulla. Non metto link, non metto screenshot, generalizzo. Tutto sarebbe tracciato e ricostruibile. E’ successo a me e ne parlo.

A ben leggere succede a tante, in rete. Solo perchè donne, gli uomini si sentono autorizzati a comunicare da “esseri superiori”. A dimostrare che, nonostante la parità di condizioni, su un social network come tra i commenti di un blog, loro sono uomini. E tu, donna, come ti permetti?

E tu donna, che non hai nemmeno una volta mostrato le tette, che dici di capire di “cose di internet”, che appari in TV o sui giornali, che hai tanti lettori e non si capisce perchè, si, tu, donna, come ti permetti? Da dove sei uscita? Cosa vuoi da noi?

E tu donna, si vabbè, il rispetto reciproco, la libertà di espressione (ovviamente nei limiti del buon gusto, della decenza e della moralità della libertà altrui) ma se posti una tua foto a corredo di quello che dici, noi ti si guarda e commenta le tette, non importa quello che volevi dire. Io vi posterei link e screenshot di conversazioni su Friendfeed in cui la conversazione diventa un attacco vero e proprio (in stile “censura”, “mobbing”), anche piuttosto aggressivo, volgare e di cattivo gusto, ad opera di alcuni.

Come se Friendfeed fosse il loro spazio privato, loro e del loro piccolo gruppetto, autorizzato a dire o fare qualunque cosa (“ti dicono cosa scrivere e cosa no, ti dicono di non pubblicare alcune immagini, ti dicono in quale gruppo devi postare ecc.”) . Gente che se non sottostai al loro modo di usare i social network, che è sicuramente più giusto del tuo (tu, donna, come ti permetti?) o non manifesti adorazione nei loro confronti ti attaccano, con dei contro-post che sono delle vere e proprie manganellate.

Poi magari cancellano, ritrattano, si scusano, ironizzano.

Però prima portano l’attacco nel loro post, nel loro spazio. Interrompono la conversazione, ne cominciano un’altra dove possono avere tutto l’apporto della claque. E il controllo. Anche delle parole altrui, se non convengono.

L’azione è di chi la fa. Non di chi la riceve.

(foto di Walter P.)

Troppo facile, protetto da uno schermo. Mio carissimo piccolo uomo.

Venitecelo a dire in faccia quello che pensate di noi, guardandoci negli occhi. Adducendo motivazioni adeguate.

Venitecelo a dire in faccia, senza la claque a sostegno nei commenti al TUO blog o al TUO thread, senza tastiera, ma a parole vostre.

Spiegate a me, a tutti, uomini e donne all’ascolto, che il fastidio principale è perchè son donna.

E io, donna, come mi permetto?

C’è chi, nei miei confronti, s’è preso anche la briga e il tempo di spiegare ai suoi lettori che “Ebbene, (sul blog “tecnico” di catepol nda) non ci ho trovato dentro nulla di veramente tecnico, almeno in senso stretto. Sembra che ne sappia di insegnamento ed e-learning, ma non di robe per geek e nerd…” e ci sono i suoi lettori che si son presi la briga di tirar fuori il mio profilo psicologico per dimostrare che, tu, donna, come ti permetti a star su internet? Tutti senza aver mai letto qualcosa di mio (e dicendolo apertamente). Tutti uomini. Colpiti nell’orgoglio a causa di una apparizione sui giornali. Tutti a scrivere “contro” secondo clichè di genere “IO ESSERE SUPERIORE TU CHI CAZZO SEI?

Che dirvi? Se siete contenti con così poco?

Sappi solo, piccolo uomo, che se sei violento contro di me o contro un’altra donna con me hai chiuso. IGNORE. HIDE. No, block no. Se ignoro, dimentico. Se blocco, odio. E l’odio è un sentimento, è violenza. E io violenta non sono. E di provar qualcosa per te, piccolo uomo che mi leggi in rete, e rosichi, e ti scagli contro, sinceramente non ne ho nè tempo nè voglia.

Scritto in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne, 25 novembre 2009.
La discussione, oltre che nei commenti, si è sviluppata anche su Friendfeed

Sono online, ergo sum?

Gigi si interroga su quanto siano diventate complicate le relazioni online e la gestione della propria presenza/identità digitale dopo l’ingresso in massa (come le cavallette) di milioni di italiani su Facebook, un canale fra i tanti, il canale che rappresenta Internet per molti, per quelli che non hanno capito che Internet e molto di più.

E’ passato il tempo del “tanto siamo 4 gatti e ce la suoniamo fra di noi”. Oggi gran parte della nostra vita, e delle nostre relazioni, è scandita dal web e CONSERVATA sul web. A volte anche distorta ad arte perchè non siamo più 4 gatti e quindi siamo competitor di tutti i nuovi arrivati. E non tutti questi nuovi arrivati sono qui per socializzare. I più rampanti devono far emergere il loro talento, spesso a discapito del nostro.

Solo un anno fa eravamo poche decine di migliaia su Facebook. Twitter era un giocattolo per un centinaio di addicted. Friendfeed un media emergente per pochi eletti.
Oggi si mischia tutto e le nostre traccie sono disseminate e intrecciate su centinaia di media digitali sparsi per il pianeta. E ci leggono, ci guardano, ci studiano. Anche per farci i dispetti.

Si può sapere dove eravamo e con chi ci stavamo relazionando, cosa stavamo leggendo e cosa stavamo scrivendo. I post hanno orario (e vaglielo a spiegare che si possono scrivere prima e poi programmare). Twitter ti dice se stai scrivendo da web, dal cellulare o con altre applicazioni. Digg, Stumbleupon, Facebook, Friendfeed, potrebbero descrivere la nostra giornata.

E già potremmo sorridere sul fatto che gli analisti di marketing ci studiano i comportamenti. A questo abbiamo fatto il callo. Ma ora dobbiamo anche pensare che se qualcuno ci vuol fare un dispetto ha mille fonti e mille opportunità.

Banalmente, per tradurre, mentre per me fare il test su Facebook “Quale canzone ti rappresenta” (per dirne uno normale) è anche un modo di provare come funzionano queste cose e valutarne la portata oltre che chiaramente un gioco che finisce là… un mio contatto che legge sulla mia bacheca che la canzone che più mi rappresenta è “Bella St**nza” di Masini che può pensare di me? E soprattutto a chi lo dirà che ha scoperto questa cosa di me? E come lo riferirà? Vagli a spiegare che stavo giocando…

Oramai la notizia che mi riguarda avrà preso percorsi suoi e percezioni varie nella testa della gente a cui verrà riferito.

Anche Marco si interroga su quanto siamo pronti (noi e chi si sta affacciando adesso al web delle conversazioni dove tutto è social) a gestire la nostra identità/presenza in rete.

E’ una questione spesso ignorata. Osservate come i singoli gestiscono sul Web la loro privacy: la mettono in mostra senza domandarsi nulla sulle possibili ripercussioni di questo comportamento.

Non affermo che sia pericoloso; semmai invito chi entra nell’arena a valutare con attenzione ogni passo che compie.
Ogni post, o commento che entra in Rete è un pezzo di voi: la vostra faccia. Gestirla significa anche tacere, o parlare solo se si ha qualcosa da dire.
Immaginate il blog come un’opportunità, e come questa abbia senso solo se apporta qualcosa di buono, a voi e/o agli altri.

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Allargo a questo punto il discorso al concetto molto dibattutto di “Amicizia” online.

Cos’è l’amicizia in rete? Quanto siamo veramente amici dei nostri contatti/amici/follower (già solo che non ci sia un nome esatto per definirli…)?? Ne ho già parlato qui.

Prendo da Mike Arauz l’immagine che vuole rappresentare lo spettro delle relazioni che si possono instaurare online con i propri contatti e non solo.

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Secondo Mike Arauz provare a rispondere alla domanda “Chi è mio amico online” non è facile perchè si tratta di relazioni digitali non assolute. Però si può provare a suddividere queste relazioni secondo uno spettro che va dall’interesse passivo alla vera e propria capacità di creare una relazione solida, importante (quella che segue non è una traduzione):

Passive Interest –  Interesse passivo
Livello minimo e forse più semplice da gestire di coinvolgimento con l’altro, online. Richiede il minimo sindacale ai tuoi amici che si relazionano con te solo per interesse passivo, e quindi, di contro, richiede a noi il minimo impegno per gestire la relazione. E’ comunque il punto di partenza cruciale per ogni tipo di relazione online. Ti seguo per curiosità, sono interessato a quello che trovi e mi segnali, ae sceglo di donarti un po’ d’attenzione ogni tanto, nel flusso. Ad esempio, sono interessati a noi, ma passivamente, i visitatori non occasionali, i lettori del nostro blog, i fans su Facebook, i followers su Twitter e Friendfeed, etc.

Active Interest – Interesse attivo
E’ quando mi interesso abbastanza a quello che scrivi, fai, online da comunicarti che “Mi interessi davvero!”, che “Mi piaci!”. Insomma magari vengo a commentare o ti metto like, faccio Favourite This ecc. E’ un piccolo, ulteriore passo nella nostra relazione online, una piccola ma già grande opportunità di identificare i key members tra il pubblico che ti segue, quelli che magari con un altro passettino risaliranno anche lo spettro delle relazioni online per andare più in profondità e innescare simpatie, amicizie, relazioni professionali successive. Sono persone che magari non si aspettano una risposta al commento o al like, ma vogliono solo farti sapere che sono qui ad ascoltarti perchè ritengono interessante quello che hai da dire. Ad esempio son persone che dimostrano interesse attivo quelli che ti lasciano un commento sul blog, o sul wall di Facebok, o un @replies su Twitter, un commento su Friendfeed o su Meemi etc.

Sharing – Condivisione
A questo punto un membro della nostra audience online comincia a diventare davvero un nostro fan. E’ quando tu e il tuo lavoro diventano parte anche della mia identità, tanto che ne parlo anche ai miei amici delle cose che condividi online perchè mi interessano a tal punto. (we share content for social reasons non a caso no?). E’ quando io stesso ottengo valore da quanto tu condividi, un valore aggiunto che voglio a mia volta condividere, divento quindi parzialmente responsabile della condivisione delle tue idee. Esempi di relazione online fondata sulla condivisione sono il social bookmarking, o il retweeting di links, il postare e linkare tuoi contenuti sul mio blog o sui miei profili online per condividerli ulteriormente etc.

Public Dialogue – Dialogo pubblico – Conversazioni
Questa fase comincia a richiedere un po’ di impegno anche da parte tua, nella relazione. E’ quando un contatto online dopo aver dimostrato interesse attivo nei tuoi confronti e successivamente condiviso ulteriormente ai suoi amici l’interesse che prova per te, ora ti richiede anche partecipazione. Una relazione che si allarga e che diventa partecipazione in prima persona. Come? Ma rispondendo pubblicamente alle discussioni in cui si viene citati, linkati, quotati, segnalati, semplicemente “laikati” (è orribile, laikati, lo so…). Solo facendo così, anche i tuoi amici mi percepiranno non come entità lontana ma come parte del gruppo stesso. perchè partecipo, converso, rispondo, esisto. E mi daranno il ben venuto nel gruppo, e magari cominceranno a seguirmi. perchè esisto. Converso, ergo sum.  Esempi di partecipazione al dialogo pubblico e condiviso sono i @replies in pubblico, i referrals di blog post, e i vari riferimenti a te su siti, profili, conversazioni, etc.

Private Dialogue – Dialogo Privato
in questa fase relazionale successiva, cominciamo a trasformare l’interesse reciproco in mutual trust, in fiducia vera e propria. Cominciamo a desiderare di condividere pensieri e riflessioni, idee ed esperienze personali con l’altra persona, inmaniera molto più diretta, magari anche privatamente. Ci fidiamo e ci diamo modo di entrare in relazione diretta, immediata, personale, privata, per approfondire tra noi. Esempi di dialogo privato sono lo scambio di mail, di messaggi, SMS, contatti e conversazioni via IM, direct messages su Twitter, Facebook, YouTube, Flickr, Friendfeed, Meemi etc.

Advocacy – Supporto
Semprerebbe a prima vista che l’Advocacy sia molto simile allo Sharing. La differenza cruciale è che con Advocacy si intende che io nei tuoi riguardi comincio a fare raccomandazioni e segnalazioni esplicite ai miei amici, ti supporto, mi appassiono alle tue cause. Non  è il semplice condividere, aggiungere e socalizzare con un semplice click o bookmark o retweet. E’ invece scegliere di dire esattamente e con orgoglio agli altri che “Questo è importante. Vale la pena spenderci del tempo. E mi metto in gioco, io e la mia reputazione per convincere anche altri miei amici che è così.” Esempi di Advocacy sono l’utilizzare gli stessi strumenti di Sharing, ma magari traducendo e diffondendo contenuti in lingue diverse dalla propria; raccomandare fortemente e segnalare come valido e meritevole la persona o il brand, non solamente pezzi dei suoi contenuti. E’ stimare la persona completamente.

Investment – Investire su qualcuno, più della fiducia, intraprendere qualcosa insieme
L’anello più prezioso della online friendship. E’ il coinvolgimentorelazionale più difficile da raggiungere, da quantificare e riconoscere. E’, però, il più importante perchè rappresenta la volontà del tuo amico di intraprendere azioni comuni, azioni con te. In altri termini: Your wins are my wins, se vinci tu vinco anche io!

Per quanto mi riguarda potrei inserire nomi e cognomi di “AMICI ONLINE” in ognuna delle categorie. Resta però il fatto che le cose stanno diventando sempre più complicate, come dicevo all’inizio del post.

E voi, che ne pensate?

UPDATE: intanto Simone Lovati aggiornava lo spettro delle realzioni online aggiungendoci vari livelli di consapevolezza e coinvolgimento:

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Facebook e didattica?

E’ una presentazione di Gianni Marconato a valle di un esperimento su Facebook sui possibili utilizzi di facebook per fare formazione o comunque incidere nei processi di insegnamento/apprendimento. Dopo tutto è uno strumento, un canale comunicativo, un mezzo molto utilizzato per cui potrebbe essere anche più semplice utilizzarlo, rispetto a tanti altri meno conosciuti, per fare “ANCHE” didattica.

Gianni Marconato tempo fa ci propose un gruppo “Didattica in Facebook. No grazie“ nel quale siamo intervenuti in molti sulla questione è possibile o meno utilizzare Facebook nella didattica o per far didattica?

Lorenz sintetizza gli interventi:

Andreas Formiconi

FB è tuttavia importante a questo punto considerato il proposito più ampio di “uscire” dalla classe. Io penso che chi insegna oggi debba uscire dalla classe. Penso che per ridare senso e dignità ai momenti di vita in classe se ne debba fare un uso molto più parsimonioso e focalizzato…

Caterina Policaro
Io mi convinco sempre più che è uno strumento, un canale, un modo per restare in contatto e creare relazioni. Sulla relazione si può fondare l’apprendimento…

Gianni Marconato

… credo sarebbe un controsenso “obbligare” i propri studenti ad iscriversi su FB e, magari, obbligarlia a fare specifice attività. O, forse, è l’unico modo per rovinargli la freschezza delal vita in FB e farli smettere.

Io preferirei farmi trovare da loro su FB e far condurre la danze da loro

Luisanna Fiorini

I miei ragazzi di openuni hanno attivato un gruppo… intanto li osservo, poichè sono anche miei amici, invitare altri e scrivere sulle loro bacheche. utilità finora? mi trovano echattano per piccole cose e consigli. didattica strutturata? ehi, ma se strutturiamo l’informale, che informale è?

Lucia Rosati

… Infatti , rispetto alla piattaforma appare molto più intuitivo ed accessibile.Tutti gli utenti accedono con una certa frequenza alla propria pagina ed in questo modo possono tenersi informati circa l’andamento e le attività didattiche del corso.

Italo Losero

… Ho provato ad usare FB x edu, ma ci sono alcuni problemi….
1) Non è facile da usare.
2) E’ fatto per vendere pubblicità. Gli spazi a dx sono sempre pieni di ‘richiami’…
3) E’ lento. Spesso.
4) E’ sempre aperto a tutti: si vedono in chat tutti gli amici e i loro interventi; ok per l’impiego ’sociale’ di svago, meno per la didattica.

Gianni Marconato

… usare la leva della curiosità, del “divertimento” (imparare giocherellando …), del usare uno strumento perchè avvicina anche gli insegnanti “vecchi” ai giovani ha il fiato corto e dopo poco si torna punto ed a capo. Ma, mai dire mai

Maria Grazia posta direttamente sul suo blog le sue riflessioni in merito, perchè come

docenti e studiosi-curiosi delle dinamiche formative dentro/fuori/attraverso la Rete, è giusto interrogarsi sulle potenzialità di FB soprattutto alla luce di questa travolgente pervasività che fa sì che tu possa ritrovare proprio tutti (fornaio e parrucchiere sotto casa incluso) in questo social network.

Gli studenti, poi, ci sono tutti su Facebook.

E concordo con lei quando dice che Facebook non è altro che un nuovo contenitore nemmeno facile da utilizzare, nonostante tutti, anche le ersone meno avvezze ad internet, abbiano aperto un account e lo utilizzino quotidianamente.

L’usabilità e la gestione della messaggistica in facebook, diciamocelo, è pessima, rispetto a tanti altri canali utilizzabili e più immediati (da YouTube passando per Twitter). Poi Facebook è spudoratamente pensato vendere pubblicità ed è tutto il contrario di un ambiente chiuso. Anzi, è un porto di mare, nel vero senso del concetto, sempre aperto a tutti, sempre possibile vedere tutto ciò che gli altri dicono e scrivono, oltre che chattarci in privato. Insomma, difficile andare oltre il cazzeggio che prende tutte le forme possibili tra le varie applicazioni e i gruppi ecc.

Vi scrivo qui anche i miei contributi alla discussione (anche perchè dentro Facebook i contenuti possono sempre sparire sia nel dimenticatoio che sparire letteralmente, mentre il blog continua ad essere “per sempre”:

Didattica su Facebook? Perchè no? Perchè non usare FB anche per far didattica? Ma non costruendoci su chi sa quale sistema, solo prendendo atto che è un canale che tutti usano (soprattutto i ragazzi).
Non ho fatto ancora esperienza diretta, mi sto tenendo a debita distanza dal gruppo della mia scuola (esiste!!) e dai colleghi che hanno un profilo Facebook (ci sono, sono tanti!!).

Ma ho visto husband, che ha i suoi alunni amici su Facebook, che ogni tanto sta sperimentando le consulenze tipo “Prof. non ho capito questo oggi” E lui a rispiegare, magari la sera tardi delle cose di topografia via Facebook…e gli allievi contenti!
Ha proposto anche al suo consiglio di classe di fare recupero così anzichè usare la “Piattaforma” che nessuno utilizza. Il problema sono stati i colleghi “Facebook? Noooo il demonio”. Eppure lui, ai suoi alunni, continua a rispondere la sera via FB…e loro ad apprezzare. Com’è?

Quindi, secondo me, non è tanto lo strumento che usi o la tecnologia, che migliora la didattica. E’ lo sfruttare il canale giusto perchè il processo di apprendimento si attivi. E allora ben venga anche Facebook che, dopo MSN, è il canale su cui gli alunni sono online in prima persona, oserei dire praticamente sempre.

Però secondo me, proprio perhè Facebook è il regno dell’informalità, l’informale non va in nessun modo strutturato perchè possiamo anche sfruttarlo per fare didattica. Il bello di Facebook è proprio quello! E’ che mette tutti allo stesso livello (resta anche il fatto che per l’uso che ne fanno i ragazzi – applicazioni, test, chat, cazzeggio – è dispersivo). Cioè a volte è dispersivo per me che BLOCCO tutto :-) figuriamoci per chi è sommerso quotidianamente da mille notifiche di tutti i tipi.

Secondo me più che progettare l’apprendimento “in con su per tra” Facebook, è meglio lasciare che l’apprendimento si faccia strada. E’ sicuramente importantissimo conoscere lo strumento per noi docenti. Conoscerlo ed utilizzarlo. Capire come lo usano i ragazzi, non pretendere di cambiarli nè di spiarli.
I ragazzi fanno i compiti con msn collegato e ricordiamoci il successo di Yahoo Answers per chiedere soluzioni a compiti.
Utilizzare Facebook con intelligenza può essere un ottimo canale per favorire processi di apprendimento, sfruttandone l’immediatezza e la possibilità di contattare istantaneamente qualcuno, sia singolarmente che come gruppo.
Io mi convinco sempre più che Facebook, per quanto non sia il migliore, è uno strumento, un canale, un modo per restare in contatto e creare relazioni. Il canale che in questo momento tutti utilizzano per entrare in relazione mediante internet e per i motivi più svariati.
Sulla relazione si può fondare l’apprendimento. Ma è tutto destrutturato e non imbrigliabile qui in Facebook. Ognuno di noi ne fa un uso diverso. Impossibile teorizzare delle metodologie. Certo, mettersi in ascolto, si. E mettersi allo stesso livello. Facebook mette tutti realmente allo stesso livello. E non ci sono filtri. I ragazzi lo sanno e non lo sanno. Ma anche noi adulti sappiamo e non sappiamo come gestire il nostro account. Che comunque va governato perchè ci rappresenta. E vanno comprese le dinamiche.
Però secondo me la relazione positiva, alla pari, di fiducia con i nostri studenti, che si può instaurare su FB, può veicolare apprendimento. Ma non come lo abbiamo sempre inteso. E comunque molto libero e sganciato da processi che possiamo pensare di costruire con continuità.
Insomma resta tutto da approfondire. Che ne pensate? Esperienze?

MyHeritage: il tuo albero genealogico online.

Un amico, Markingegno, è diventato da qualche tempo il Community Manager Italia per MyHeritage. Oltre ad essere contenta per lui, la curiosità mi ha fatto andare a provare, ovviamente, anche questo social network che conoscevo poco.

E una volta che ho provato, non posso non scriverne qui, così magari lo provate anche voi. E gli date dei feedback.

MyHeritage, è stato pensato per permetterci di costruire il nostro albero genealogico online in modo divertente tanto che, secondo me, possiamo tranquillamente convincere e coinvolgere i nostri familiari e parenti meno “geek” a costruire l’albero genealogico insieme a noi. Dopo tutto se son riusciti ad aprire un account Facebook possono riuscire anche a giocare con MyHeritage, no?

immagine-17MyHeritage, è innanzitutto un social network per famiglie e si rivolge ad un pubblico piu’ ampio.

Una volta iscritti, si comincia a costruire il nostro albero genealogico attorno a noi, aggiungendo le relazioni coi nostri familiari, i loro dati, eventualmente e, ora, è anche possibile inserire anche video e foto per ognuno di loro.

Il cuore del sistema di  MyHeritage è l’editor online al quale tutti possiamo creare partendo da zero il nostro albero genealogico, oppure possiamo caricare il file che abbiamo già creato con altri editor di alberi genealogici o con lo stesso software di MyHeritage.

Basta poi cliccare su ogni componente della famiglia per aggiungere relazioni con altri soggetti, e quindi immediatamente aggiungere nuove persone.

I diagrammi e gli alberi creati possono essere sia esportati che stampati direttamente.

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C’è un ottimo motore di riconoscimento facciale e un widget che permette di individuare anche eventuali somiglianze delle persone con personaggi famosi e quindi di giocare

E’ anche possibile organizzare eventi nei quali ogni partecipante può a sua volta caricare foto e video. Oltre che giocandoci, è possibile fare un bel po’ di altre cose su MyHeritage

Ho ovviamente provato il celebrity-collage che ti mostra a quali personaggi famosi assomigli (si puo’ fare anche  su Facebook o
esportare li’ il risultato) http://www.myheritage.it/celebrity-collage

http://www.myheritage.com/collage

Segnalo anche il gruppo di MyHeritage Italia su Facebook http://www.facebook.com/group.php?gid=138054590472
mediante il quale è possibile ricevere consigli e suggerimenti da altri utenti e condividere le proprie esperienze.

E vi consiglio di provarlo e di invitare i vostri familiari per apprezzarne appieno le possibilità, anche di interazione.

Un 2008 di web 2.0 precursore di un 2009 che chi sa come sarà?

(via) Cosa è stato il web nel 2008 e come ci ha cambiato. Servizi, tool, strumenti che hanno modificato il nostro modo di abitare il web 2.0 e le relazioni. Cosa ci aspetterà nel 2009? Quali social network, quali strumenti? Dove si sposteranno le conversazioni dopo esser passate dai blog a Twitter, Friendfeed, Facebook? a noi l’ardua sentenza.

Auguri e buon 2009 a tutti!

Privacy and Social Network

What does a friend of a friend of a friend know about you? – Un Video dell’Office of the Privacy Commissioner of Canada, Jennifer Stoddart. (via)

Cosa riesce a sapere su di noi una amico di un amico di un nostro amico? Cosa riesce a sapere dai nostri dati che condividiamo online?

Il video ci ricorda di porci alcune domande prima di mandare qualunque dettaglio di noi online e sui social network: mi va di condividere questa cosa? Sono consapevole che arriva anche agli amici degli amici degli amici (quindi a perfetti sconosciuti) una volta che la lancio in rete? Che cosa faccio capire di me? Che informazioni sto diffondendo? Qualcuno potrebbe usare queste informazioni contro di me? Queste informazioni come mi dipingono? Saranno valide anche fra qualche anno? Son cose che vorrei far sapere ad un qualunque dei miei amici? Mia madre sarebbe contenta di leggere queste cose di me? Il mio capo sarebbe contento di sapere queste cose sul mio conto?

Ecc. ecc. ecc.

Se pensiamo alla diffusione di Facebook, c’è sicuramente da spiegare un po’ di cose a chi non ha idea di come funziona il meccanismo degli amici degli amici degli amici online. Senza allarmismi.

Anche perchè alla fine è solo questione di buonsenso.

Ma quali buoni amici maledetti…(cit.)

Leggevo stamattina il post di Luis Gray sull’amicizia nei social network.

Non è scritto da nessuna parte che con ognuno dei contatti dei nostri network online passeremmo volentieri del tempo nella vita reale. Anzi a volte è esattamente il contrario. Tutti amici e tutti social quando siamo dietro lo schermo dei nostri computer o in tram sui nostri telefonini, tutti online, tutti connessi. Poi magari ci si incontra per strada e non ci si saluta, non ci si riconosce. Poi magari ad un barcamp o a una blogcena non ci si presenta neanche.

Capita. Come capita nella vita reale. Esattamente allo stesso modo. Mica si può andar daccordo con tutti, no? E’ la legge della vita. Altrimenti il mondo sarebbe perfetto se fossimo tutti amici.

Però la vita digitale connessa a tanti è una sfera sociale molto particolare, con delle dinamiche strane, per certi versi esattamente uguali a quelle della real life, per altri versi sorprendenti, in termini di fiducia e relazioni che si vanno ad instaurare. E a volte alcuni “friends” dei social network diventano realmente amici, un’amicizia che parte da altri sentieri, che chi non abita la rete non può comprendere.

Aggiungiamo in continuazione persone e contatti rendendoli “friends” su Facebook, LinkedIn, Twitter, FriendFeed ecc. e su tutti i network a cui partecipiamo, ma sicuramente questo non vuol dire che potremmo invitare ognuno di loro a casa nostra, aprendo tranquillamente la porta e facendogli accarezzare i nostri bambini, no?

L’aggiunta alle nostre reti non fa il “friend”.

Twitter friends

(foto di mallix)

Anche se, sicuramente, abbiamo oramai sperimentato anche personalmente situazioni in cui le persone che conosciamo tramite la rete e i network sociali abbiano oltrepassato quella soglia della sfera personale che normalmente era riservata a compagni di scuola, colleghi familiari e parenti o che ne so compagni della squadra di calcetto o coinquilini. Persone con cui il legame di amicizia si è sempre alimentato per contatto diretto, insomma, e che poi si mantiene nonostante le distanze, perchè in qualche modo ci teniamo.

A noi accade anche che molti dei nostri contatti, anche attraverso la partecipazione fisica ad eventi tipo Barcamp, blogbeer ecc. abbiano acquisito da parte nostra una certa dose di fiducia grazie alla quale la relazione passa da impersonale ad amicizia vera e propria. Forse per alcuni/e anche qualcosa in più.

Il tutto passando da social network, mail, messenger ecc. prima che dal contatto diretto.

Ciò che è cominciato in rete quasi casualmente, per affinità e connessione per interessi simili e frequentazioni di social network si trasforma in una connessione/relazione con l’altra persona molto più personale e forte.

Ed è una relazione che è diversa ovviamente da persona a persona. Ecco perchè dire che abbiamo tanti “friends” su su Facebook, LinkedIn, Twitter, FriendFeed ecc. e su tutti i network è qualcosa di molto relativo.

I veri “friends” come nella vita reale non possono essere tutte le persone con cui siamo in qualche modo in contatto. Anche se su Facebook oramai stiamo ritracciando e riallacciando reti sociali e contatti che per anni sono spariti dalla nostra vita. Se non siamo stati “friends” fino ad oggi, se c’eravamo persi di vista e non sentivamo la mancanza l’uno dell’altro nelle nostre vite, non è scritto da nessuna parte che proprio perchè siamo “friends” su Facebook, siamo davvero ritornati amici. Anzi.

Come l’aborigeno di Guzzanti: “Compagno del liceo…ma io e te…che cazz* se dovemo di?

Ma non è questo il punto. Leggendo il post di Luis Gray, da cui hi preso spunto per la divagazione di questo post che sto scrivendo, voglio girarvi le stesse questioni che vengono poste là.

La fiducia che hai negli amici dei social media è così grande, ad esempio, da prestargli soldi o altro quando ne dovesse avere bisogno?

O da aprirgli tranquillamente la tua casa?

O da fargli conoscere tranquillamente, che ne so, i tuoi figli, la tua intera vita, quella privata, quella che non passa per ovvi motivi dal lifestream?

E non ci può essere una risposta uniforme e valida per ogni contatto. Perchè una percentuale di rischio c’è sempre. Bada bene c’è sempre anche nella vita reale, quando si tratta di instaurare relazioni di amicizia e fiducia con un’altra persona.

Sicuramente non daremmo nè le chiavi di casa nè il numero della nostra carta di credito a nessuno. In rete come nella vita reale, ma questo non significa certo che non si possano instaurare legami forti e relazioni personali che vadano al di là dello schermo del computer.

Che diventano importanti, che diventano amicizia reale.

Alcune domande ci possono aiutare a capire il livello di relazione instaurato con un “friends” dei social network:

  1. Inviteresti un “friend” a dormire a casa tua per qualche notte anzichè farlo andare in un hotel se sai che capita dalle tue parti?
  2. Raccomanderesti un “friend” incontrato online per un annuncio di lavoro che ti passa fra le mani, lo presenteresti a chi di competenza come il candidato ideale e come persona di fiducia?
  3. Acquisteresti un prodotto per un online friend che te lo chiede e glielo invieresti prima di ricevere i soldi da parte sua?
  4. Pagheresti le bollette del telefono, di internet, della luce per un online friend che ha problemi di soldi in un periodo particolare?
  5. Condivideresti una stanza in hotel con un online friend, magari in occasione della partecipazione ad uno stesso evento in un’altra città, anche se non vi siete mai visti prima di persona?

Sono solo esempi di situazioni capitate a me o ad altri amici “di rete”.

Vi va di condividere la vostra esperienza nei commenti?

Bilancio delle competenze, valutazione oggettiva e portfolio

Bilancio delle competenze, valutazione oggettiva e portfolio
Tre mondi da integrare, un modello per il Master Progettista e gestore della formazione in rete di A. Ciampi, M. Corradini, M. Larotonda, G. R. Mangione, S. Nigro, M. Pegoraro, C. Policaro

(pubblicato originalmente su Form@re)

Presentazione

Il problema della valutazione riveste un ruolo centrale in tutti i modelli di formazione per la necessità di trovare un punto di incontro e di integrazione tra differenti modalità valutative.
La richiesta da parte sia dell’organizzazione del Master “Progettista e gestore della formazione in rete” che degli studenti, di strumenti di ausilio a loro dedicati che li aiutino e li guidino attraverso i momenti del loro percorso formativo, ha giustificato e alimentato l’emergere di uno studio pilota effettuato da un gruppo di lavoro composto dai corsisti stessi; scopo dell’indagine è la possibile implementazione di un modello valutativo delle competenze oggetto di formazione nell’ambito del master, modello che coinvolga lo sviluppo di un prototipo di portfolio elettronico che dovrà essere ulteriormente approfondito a livello di rete.

1. Il Master “Progettista e gestore della formazione in rete”: struttura organizzativa e didattica
Il Master interdisciplinare “Progettista e gestore della formazione in rete” promosso dall’Università di Firenze mira alla creazione di una figura di Educational Technologist con competenze specifiche nell’ambito dell’e-learning; si svolge in modalità mixed mode alternando incontri in presenza a cadenza settimanale e attività individuale e collaborativa in rete.
Il Master permette l’acquisizione di 60 CFU ripartiti su cinque moduli didattici mensili, tre moduli tecnologici di laboratorio intensivo, studio personale e produzione collaborativa in rete – supportata dalla piattaforma “Webbee” che ospita vari strumenti e ambienti tra cui il portfolio studente -, tirocinio presso un’azienda. Gli studenti sono tenuti a partecipare alle attività del forum e della mailing list e a produrre report, ‘capolavori’ e prove di vario genere di spessore applicativo per ogni insegnamento del modulo, alla fine del quale e’ prevista una sessione valutativa formativa e costruttiva in presenza. Tale valutazione costituisce inoltre l’occasione per presentare i vari step del progetto collaborativo relativo alla trattazione degli scenari di lavoro. (1)
Al fine di illustrare al meglio il nostro Master, abbiamo pensato di assimilare la struttura formativa, informativa e di supporto dello stesso a un Pentagono, ai lati del quale si aprono cinque finestre che corrispondono alle cinque dimensioni del Master:
1. Area dei contenuti: struttura ed organizzazione dei corsi, lezioni con i relativi materiali, curricolo, visibilità ed usabilità del sito;
2. Orientamento: studio di casi, modelli professionali, scenari di lavoro;
3. Interazione con i docenti e esperti del settore
4. Visibilità e collaborazione tra pari
5. Interazione con il mondo del lavoro: conoscenza delle realtà lavorative in cui si inserisce la figura professionale che si intende formare e da che cosa questa figura è caratterizzata in vari ambiti lavorativi, quali casi la rendono più evidente.

2. Tre mondi da integrare: bilancio delle competenze, valutazioni oggettive, autovalutazione
Il problema della valutazione è cruciale ancor più nei sistemi di FaD, sia se erogati totalmente a distanza, sia se erogati in mixed mode come nel caso specifico del Master, che prevede incontri in presenza e attività non solo collaborativa on-line.
Nella letteratura sulla valutazione tre appaiono gli orientamenti principali:
– mettere in risalto prove “oggettive” e criteri di misurazione degli apprendimenti (aspetti tipici della docimologia classica);
– rivolgere maggiore attenzione alla strutturazione di concetti e indicatori in grado di cogliere gli elementi caratterizzanti di un percorso (a ciò si legano nuove tematiche quali il bilancio delle competenze e il sistema dei crediti formativi secondo il Modello ISFOL 2000);
– valorizzare le forme di autovalutazione, le quali, in ottica costruttivista, trovano nel portfolio (o dossier) di lavoro il documento che raccoglie tutti gli elementi utili a dare visibilità al percorso formativo e lavorativo e alle competenze acquisite. Compito del Portfolio è fornire costantemente al corsista le risposte alle cosiddette Life Planning Questions, ovvero: chi sono? Che cosa ho raggiunto fin’ora? Dove voglio arrivare?, focalizzando così la sua attenzione su un’ampia gamma di attività e successi conseguiti.

E’ quindi decisamente complesso identificare e comprendere quali siano i fattori che concorrono in un processo valutativo, soprattutto per quanto riguarda elementi specifici quali la valutazione della partecipazione, il raggiungimento degli obiettivi, la valutazione dell’apprendimento individuale.
Nell’ambito dell’attività valutativa è necessario considerare una dimensione progettuale e di dinamiche interpersonali che considera, come Trentin (2) giustamente evidenzia, momenti quali il rilevamento dei prerequisiti dei corsisti mediante questionario di ingresso, il monitoraggio delle attività esercitative, il monitoraggio della partecipazione con analisi sia quantitativa che qualitativa dei messaggi scambiati on line, la compilazione di report periodici da indirizzare al tutor di riferimento sulle attività svolte e su eventuali problemi insorti, la produzione di elaborati di gruppo su attività proposte, le produzioni di fine modulo in cui i partecipanti riassumono quanto appreso, l’elaborazione di un progetto parallelamente all’acquisizione dei contenuti del corso, la somministrazione di un questionario finale sull’efficacia del processo. Trentin prevede inoltre un’eventuale fase di accompagnamento e assistenza dei neoformati dopo la fine del corso.
Riprendiamo i tre tipi di problematiche inerenti alla valutazione per evidenziare di seguito una loro possibile integrazione e metodologia applicativa all’interno del master.

2.1 Il bilancio delle competenze
La “spendibilità sociale” è la sua più importante funzione, che trova il suo perno nel processo di riconoscimento e certificazione, in modo da dare trasparenza alle competenze individuali per una loro maggiore spendibilità nel sistema formativo e professionale, anche attraverso la loro configurazione in crediti.
E’uno strumento di orientamento, motivazione e supporto di un individuo finalizzato alla costruzione del suo progetto formativo e professionale, attraverso l’analisi delle competenze, attitudini e motivazioni da esso possedute. Il focus del bilancio è dunque l’individuo, nella logica di un rafforzamento dell’immagine del sé che passa o dovrebbe passare anche per l’autovalorizzazione delle competenze già acquisite.
Tramite il bilancio delle competenze l’individuo acquisisce consapevolezza sul proprio livello di conoscenza, sulle sue risorse, attitudini e competenze; ma anche dei suoi limiti e sul modo di superarli tramite specifici percorsi formativi e l’eventuale modifica in itinere di essi.
Nella seguente tabella (Fig. 2) presentiamo un esempio del bilancio delle competenze applicato normalmente alle competenze tecnico-professionali. (3)

Lo schema matriciale è così definito:
1. Individuazione di una competenza rilevante di tipo tecnico-professionale o trasversale.
2. Scomposizione della competenza in unità distintamente valutabili (sottocompetenze)
3. Indicazione per ciascuna sottocompetenza degli indicatori cioè degli oggetti di valutazione (prodotti o attività oggettivamente valutabili e misurabili)
4. Verifica della validità degli oggetti di valutazione in riferimento a degli indicatori di conformità standard (R, NR, IN,) (4)

Un limite del modello del bilancio delle competenze deriva dal fatto che un livello di strutturazione così analitica esclude la dimensione che possiamo chiamare “metacompetenza” connessa ai processi di autovalutazione.

La valutazione oggettiva è il modo più usuale e tradizionale per accertare i progressi degli studenti mediante la somministrazione di test o esami che forniscono un feedback e un risultato agevolmente quantificabile, come ad esempio succede somministrando questionari con risposte vero/falso o a scelta multipla, completamento di tabelle, check-list, grafici o griglie, redazione di documenti ed elaborati su traccia specifica, relazioni e report sulle attività effettuate.
In corsi indirizzati ad una fascia di utenti adulti il processo di valutazione non punta ad una vera e propria formale valutazione degli apprendimenti, ma soprattutto al rilevamento del grado di partecipazione.
La valutazione oggettiva degli apprendimenti, come abbiamo già evidenziato, con la rete si arricchisce di nuove dimensioni quali l’osservazione dell’interazione dei partecipanti, del loro modo di collaborare e imparare insieme mediante l’analisi dei contenuti dei messaggi che i corsisti si scambiano, dai quali è possibile ricavare informazioni sui corsisti, sul loro modo di apprendere, sulle strategie che essi mettono in atto nell’affrontare situazioni problematiche.
Ma come valutare efficacemente gli apprendimenti e come valutare il grado di partecipazione dei corsisti in termini di tempo impiegato e di attività realmente svolte in rete, sia individualmente che nelle attività collaborative?

L’autovalutazione quale “metacompetenza” deriva da varie forme di coinvolgimento del soggetto (colloqui, questionari, giochi di ruolo) che trovano spesso nel Portfolio il dispositivo ideale di raccolta e la documentazione dei risultati delle prestazioni e delle osservazioni sistematiche del soggetto per valutare e modificare in itinere il livello raggiunto delle competenze oggetto di interesse. (5) La dimensione che possiamo chiamare di “metacompetenza” di ruolo e di autovalutazione riguarda la capacità di poter e saper organizzare la competenza acquisita in formati nuovi, in relazione al riscontro con la realtà. Da questo punto di vista il concetto di metacompetenza è strettamente legato a quello di competenza trasversale, cioè alle competenze comunicative, relazionali, di problem solving, e diagnostiche.

Nella tabella seguente (Fig. 3) vengono sintetizzate in linea generale le competenze trasversali che dovrebbero essere acquisite dai corsisti del master.

Mediante la capacità di definire le stesse prove atte a valutare le proprie competenze (saper autodefinire dei sistemi e inventare prove adeguate di autovalutazione), il corsista può gestire il proprio sapere come potenziale estensione significativa delle competenze. In sostanza si tratta di mettere gli allievi in una situazione di sperimentazione dell’utilizzo delle proprie competenze trasversali, fino ad arrivare a prove ideate direttamente dai corsisti, utilizzando, nel caso specifico del Master:
– gli esercizi, basati sulla tipologia del problem solving e del role playing, dell’incident, del brain storming,
– le simulazioni (come ad esempio per attestare l’acquisizione di competenze in relazione alla metodologia progettuale nell’e-learning, il confronto con un software interattivo integrato, Designer’s Edge, durante la fase di creazione di training interattivo che permette la costruzione di schemi visuali di applicazione e modifica e personalizza le fasi del processo progettuale)
– la costruzione di scenari ipotetici in cui applicare le conoscenze acquisite sulla Ergonomia per trovare una piattaforma atta a supportare un piano d’azione stabilito, per il progetto relativo allo scenario.
– la realizzazione di veri e propri “capolavori” (ad esempio la costruzione di questo lavoro sul metodo di valutazione delle competenze a sua volta potrebbe essere una sorta di “metro” soggettivo di acquisizione e elaborazione di un sapere) caratterizzati da elementi di “eccellenza”.

Il modello strutturato di bilancio delle competenze che qui presentiamo cerca di integrare sia la componente oggettiva delle valutazione sia quella per così dire soggettiva, recuperando sia la dimensione tecnico-professionale che quella delle competenze traversali (portiamo ad esempio solo il “relazionarsi”), avvalendoci di insegnamenti del Master e relative competenze.
Avendo a disposizione sia le informazioni derivanti da forme di autovalutazione e di autopercezione delle proprie competenze, sia informazioni derivanti da forme più oggettive di raccolta dati, e di uno schema situato di bilancio delle competenze, è possibile un confronto dialettico tra più soggetti al fine di giungere ad una attestazione obiettiva circa le competenze possedute da un soggetto e la loro qualità e livello raggiunto. Si completa così la triangolazione sopra ricordata potendo così concludere in maniera più adeguata il processo valutativo.
In particolare l’obiettivo è quello di stimolare l’autovalutazione che gli studenti fanno delle proprie competenze trasversali e tecniche professionali; in tale maniera ogni allievo può vedere esplicitati i propri punti di forza e di criticità verificando le proprie competenze nelle aree del diagnosticare, affrontare e del relazionarsi. La prestazione potrebbe essere valutata secondo una griglia di indicatori appositamente costruita sulle competenze di diagnosi e sulle capacità di far fronte a compiti quali: saper analizzare i dati posseduti, formulare delle ipotesi (indicatori = numero di idee esplorate), fornire indicazioni operative e soluzioni strategiche ecc.

Fig. 4

Fig. 5

3. Modello per un Portfolio elettronico integrato
L’obiettivo del nostro lavoro è quello di articolare queste metodologie valutative in un modello integrato di bilancio delle competenze in modo da permettere la considerazione non solo di prestazioni puntuali, ma anche dei processi e delle strategie messe in opera, dei progressi compiuti dal formando, delle circostanze e dei tempi nei quali le varie prestazioni sono state evidenziate e modificate. Il modello di bilancio delle competenze precedentemente presentato (che integra in se valutazione oggettiva e autovalutazione) può trovare la sua piena realizzazione in forma di portfolio elettronico sulla piattaforma “Webbee”, in base a determinate esigenze ed aspettative.
Il Portfolio è inteso quale strumento dinamico di valutazione con funzioni sia certificative che, soprattutto, pedagogiche (6); esso coniuga misurazioni sommative e formative (esterne e in relazione a obiettivi di competenza esplicitati) e autovalutazione, permettendo così la realizzazione dell’authentic assessment. I punti di osservazione coinvolti sono dunque quello del formatore e quello del formando in collaborazione.
L’obiettivo del Portfolio è quello di fotografare e valutare non solo le prestazioni puntuali e isolate, ma anche i processi di apprendimento, le strategie messe in opera, gli stili cognitivi individuali, la creatività, le motivazioni, i progressi compiuti, le tempistiche e il contesto nel quale le esperienze formative hanno luogo (7). Pertanto, tale modello si fa carico della personalizzazione, negoziazione e ‘co-strutturazione’ del processo formativo e delle operazioni di valutazione, anche perché non esclude la valorizzazione di “esiti imprevisti” rispetto agli obiettivi formativi (eventualmente pattuiti) di partenza.
Il Portfolio, gestito in binomio dal formatore e dallo studente, presenta inoltre un’importante funzione motivazionale e di coinvolgimento responsabilizzato del formando negli eventi e nei processi formativi; quest’ultimo impara “a raccogliere i dati del [proprio] lavoro, a registrarli in modo pertinente, a riflettere su ciò che [ha] appreso e sulle [proprie] scelte operative, ricostruendo la storia del processo di apprendimento attraverso diari di riflessione, e a conoscere le [proprie] strategie di apprendimento, sviluppando in questo senso abilità metacognitive” (8). Tra queste risultano essenziali l’autovalutazione, la riflessione e quindi la costruzione personale del percorso formativo – attraverso il sostegno dei formatori e dei relativi feedback -, la capacita’ di sviluppo delle metacompetenze e di trasferimento delle conoscenze grazie al lavoro progettuale. Ecco che il Portfolio si configura quale strumento efficace per pianificare con fiducia il proprio futuro sul versante formativo e professionale.
Sulla base dell’esperienza effettuata presentiamo qui un modello di Portfolio elettronico integrato che riesce a nostro avviso ad articolare le prove di valutazione esterna ed autovalutazione con il modello di bilancio delle competenze.
Realizzare un portfolio elettronico implica molto di più che raccogliere e organizzare dei materiali; comporta anche, e soprattutto:
– l’esplicitazione di chiari obiettivi di competenza (pur tenendo aperta la possibilità di riconoscere e valorizzare gli “esiti imprevisti”);
– la realizzazione di esperienze di apprendimento attive e concrete, che possano essere riconosciute dallo studente come personalmente significative;
– la selezione, documentazione e valutazione delle esperienze con modalità di auto e co-valutazione.

Il portfolio elettronico relativo ad una formazione di blended e-learning come quella del nostro Master si arricchisce di ulteriore complessità; deve consentire l’aggiornamento continuo del profilo dinamico (9) del formando, ovvero la creazione della memoria storica delle tappe del suo percorso. Inoltre è tenuto a integrare la valutazione “tradizionale” in presenza con la valutazione delle attività collaborative e non, svolte online. Lo immaginiamo come un Triangolo composto da tre aree che ospitano:
1. la griglia del bilancio delle competenze, con cui confrontare i progressi conseguiti e le scelte formative individuali. A questa profilazione si accompagna l’analisi di figure concrete presenti sul mercato dell’e-learning nazionale e internazionale . Un obiettivo è quindi l’orientamento complessivo, cioè tutte le questioni che riguardano il “capire dove sta andando” e di “quale mondo o comunità tende ad entrare a far parte”. Come si caratterizzerà il suo futuro profilo professionale? Quali attività e contesti di lavoro lo connotano? Quali sono i momenti tipici dell’attività professionale? …In questa stanza: trova o si aspetta di trovare anche scenari tipici di lavoro, modelli di buona expertise, studio di casi, incontri con soggetti esperti nel settore.
2. un’area di valutazione esterna, formativa e sommativa (integrazione di valutazioni in presenza di fine modulo e di valutazione delle attività online: prove, elaborati, analisi qualitative della messaggistica relativa alla mailing list, al forum e alla posta privata inviata al tutor…).Questa sezione ha il compito di fornire allo studente un feedback costante circa il proprio apprendimento e individuare gli eventuali scostamenti (non conformità, incompletezza) per facilitare il miglioramento e il recupero; tuttavia il modello valutativo del portfolio è disposto ad analizzare tali scostamenti e a riconoscerne la valenza di “esiti positivi imprevisti”…il corsista si affaccia a questa “finestra” allorché ha bisogno di un riscontro interpersonale che attesti l’avvenuta acquisizione del sapere. La a domanda è: che esito ha il confronto con prove esterne? In questa sezione ( in questo luogo) trova l’indicazione operativa di prove che dovrà superare e visualizza l’esito delle valutazione, derivante da colloqui con esaminatori, e da applicazioni a casi concreti.
3. Un’area di autovalutazione che si compone di biografia e curriculum (valorizzazione delle preconoscenze in entrata) e di un dossier significativo con tutti i lavori (report, capolavori, autoprove, progetti), le riflessioni e i commenti relativamente al processo di apprendimento costruito e riconosciuto dallo studente. Di fronte quindi alla necessita di definire di un telaio analitico che permetta di scandire i suoi apprendimenti, il corsista si affaccerà a questa “finestra” con l’obiettivo di rispondere alla domanda: come posso seguire il procedere del mio percorso? Come posso arricchire le competenze che mi vengono richieste con attività personali che mi spingano verso un padroneggiamento più pieno dell’expertise (riutilizzo, integrazione, riflessione trasversale…)? In questo luogo troverà quindi la struttura dei punti focali del percorso, sotto forma di percorso curriculare, mappe concettuali e di quadro delle competenze richieste,ecc

Il nostro lavoro si focalizzerà, quindi, sull’approfondimento di questo modello teorico di portfolio elettronico, grazie anche all’applicazione del bilancio delle competenze integrato a tutti gli insegnamenti previsti nel percorso formativo del Master, per poi riuscire ad implementare ed articolare le aree funzionali suddette a livello di rete, nella piattaforma operativa Webbee.

Portfolio elettronico personale

Note
1. Per eventuali approfondimenti sulla strutturazione dei moduli, sull’accreditamento, e sulla metodologia didattica è possibile visitare il sito: www.netform.unifi.it
G. Trentin, “Dalla formazione a distanza all’apprendimento in rete”, Franco Angeli 2001
3. Per approfondire i concetti di competenza, e di bilancio delle competenze si consiglia di leggere “Contesto normativo sui temi della certificazione e dei crediti formativi”, ISFOL, 2000.
4. D. Binelli e C. Catarsi, “Concert A: sconcertamento per l’accreditamento formativo”, Dipartimento Di Studi Sociali, 1999.
5. Per il concetto di “metacompetenza” e di autovalutazione vedere “Dalla pratica alla teoria della formazione: un percorso di ricerca epistemologica”, ISFOL, 2001
6. Per una panoramica sul concetto di portfolio vedi

http://www.bdp.it/adi/Portfolio/0intro.htm

7. Vedi Luciano Mariani, www.learningpaths.cjb.net
8. http://www.bdp.it/adi/Portfolio/2portfolio.htm
9. http://www.learningpaths.cjb.net

TweetWheel: la Twittersfera come non l’hai mai vista

TweetWheel mostra visivamente e in maniera molto ma molto carina e colorata le relazioni di un utente con i suoi contatti in un intreccio di colori e fili che si animano al passaggio del mouse.

Inserisci il tuo Twitter user (ma anche quello di chi vuoi) e TweetWheel ricercherà gli amici, gli amici degli amici ed elaborerà e restituirà ai nostri occhi e sui nostri schermi una fighissima ruota delle relazioni.

Passa su ogni contatto con il mouse e la ruota si oscura mettendo però in evidenza le linee di relazione del contatto stesso e quindi visualizzando gli intrecci. Figo no? Colorato lo è di sicuro!

PS Se seguite molte persone (come una certa catepolluccia di mia conoscenza ci vuole parecchio tempo prima di vedere il risultato finale. Infatti, non sono ancora riuscita a fare il mio grafico perciò prendo in prestito quello di MaestroAlberto per farvi capire la bellezza del grafico con le connessioni che ne viene fuori).

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