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Quanto ho letto nel 2011?

Ok dato che siamo agli sgoccioli di questo 2011 che se ne va, provo a fare anche un bilancio di un’altra delle mie passioni di sempre: la lettura.

Toglietemi tutto ma non qualcosa da leggere, impazzirei. L’ho sempre saputo, ho sempre letto tantissimo (quando ero “giovane” molto più di ora, forse perchè non avevo internet), letture bulimiche, di tutto di più. Leggo semplicemente perchè mi piace, non saprei come altro esprimerlo. Non esco mai a mani vuote da una libreria, ho casa dei miei piena di libri che prima o poi porterò a casa mia, ho sempre un libro in borsa, da quando ho ipad e iphone ho i vari iBook, Kindle, Stanza e Bluefire pieni di ebook da portarmi in giro, pesano meno del libro in borsa e fanno tanta compagnia.

Regalatemi libri e mi fate contenta. Tanto non ho un genere preferito. Bene la narrativa, ottimi anche i saggi. Basta che il libro mi prenda. Se non mi prende, lo lascio non finito, non lo conteggio nemmeno tra le mie letture. Se non mi piace, invece, lo leggo per vedere dove va a parare ed eventualmente scrivere una recensione di poche parole: non ne vale la pena, ve lo sconsiglio. Se mi piace, lo divoro. Se mi interessa l’argomento, faccio di tutto per trovare il tempo di leggerlo.

Da quando posso avere con me e-book di tutti i tipi soprattutto sull’iphone, sono diventata ancora più compulsiva. Leggo realmente qualunque cosa mi capiti sotto tiro quando ho da passare del tempo, magari aspettando di fare altro o in coda alla posta. O sotto le coperte, la notte quando non prendo sonno. Meglio l’iphone, l’ipad sotto il piumone sono riuscita a darmelo in faccia!

Ho pensato di regalarvi le mie letture 2011 su carta e, con ingresso abbastanza trionfale nelle mie abitudini, in e-book, in questo post.

E’ il secondo anno consecutivo che segno in maniera certosina le mie letture su Anobii

Libri acquistati, libri ricevuti in dono, libri ricevuti e che avrei dovuto recensire, ebook acquistati (ma anche no, a volte si trovano e che fai? Non li accogli anche se non li hai esattamente comprati?). Ognuno inserito nella mia libreria virtuale, con data di inizio e fine lettura. Puntuale, per quanto mi è stato possibile, in modo da avere le mie statistiche di fine anno.

Al momento Anobii mi comunica che nel 2011 ho letto:

(ad oggi 30 dicembre 2011) 65 libri per un totale di 16944 pagine, contro i 46 letti nel 2010. Sono tanti, un lettore forte, italiano, pare ne legga circa 7 massimo 10 l’anno e viene considerato lettore forte.

Io, da brava prof, mi dico “Potevo fare di più!” Proposito per l’anno che viene: leggere di più, leggere meglio, trovare il tempo, ogni giorno per leggere…che fa tanto bene!

Letture di catepol 2011, con minirecensione (anche perchè alcuni me li hanno davvero mandati per recensirli e non ho mai trovato il tempo di farlo)

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Bisogna leggere ragazzi miei

Un video di studenti dalla Florida per incoraggiare alla lettura di libri. Se hai qualche minuto fermati a guardare Gotta Keep Reading. Bisogna leggere, ragazzi miei. Non dimenticatelo. Non smettete mai.

[Recensione a richiesta] Flavio Soriga – L’amore a Londra e in altri luoghi (Racconti)

Immagine di L'amore a Londra e in altri luoghi

Quando Lorena (la stessa che mi mandò Nel dubbio ti amo) mi chiese se poteva madarmi da parte di Neo Network il libro di Flavio Soriga “L’amore a Londra e in altri luoghi” (Bompiani) risposi “Ma certo! Un libro in dono non lo rifiuto. Leggere è sempre cosa buona!”, pur non avendo mai letto nulla di Soriga prima. Anzi proprio per quello, per curiosità. Perchè son sempre stata onnivora in fatto di libri, quindi ben venga un autore a me non noto.

“L’amore a Londra e in altri luoghi” è un libro di racconti. Otto racconti, per la precisione. Come tutti i libri di racconti, facilita la lettura spezzettata in diversi luoghi e momenti. Quindi ottimo da portarsi in borsa per aver qualcosa da leggere quando sei in giro, quando hai un attimo di pausa, quando aspetti dal dottore, quando hai un’ora buca a scuola, quando sei su un treno…

I racconti di “L’amore a Londra e in altri luoghi” non sono lunghi, tranne un paio. L’atmosfera e il ritmo narrativo di Soriga è un po’ strano. Insolito. E son tutti diversi gli otto racconti, per lunghezza e per storia. Per luogo e per personaggi che entrano ed escono dalle poche pagine del racconto che li ospita e che te li fa conoscere per poi, appena ne accarezzi la tipologia e i sentimenti, interromperti a volte sul più bello. Dopotutto son racconti. Per cui è anche normale che una storia ti cominci ad appassionare e il racconto, proprio perchè racconto, finisca. Lasciando spazio alla fantasia o anche un senso di incompletezza e l’amaro in bocca della sensazione che “Cavolo, finisce così???”.

I racconti non sono tutti allo stesso livello. Però le atmosfere e le vicende umane che Soriga racconta sono molto intense, a volte anche complesse ad una lettura veloce. Un paio sono veramente molto belli.

Il primo, Aprile: un padre andato via, un ragazzo del sud che se ne va dalla terra e dal mare natio, relazioni complesse, crescita, vita dura da affrontare da solo, cambiamenti, nuova vita, passato che ritorna in mille forme, ritorna anche il padre, poi se ne va via. O alla fine è il figlio che va via, senza padre, come è stato per tutta la vita fino a quel momento.

Amore con mille volti e mille sfacettature. Luoghi diversi, persone diverse, situazioni diversissime. Filo conduttore l’amore.

Anche la storia del presidente sudamericano e la sua amante/attrice italiana durante il colpo di stato merita la lettura. Tenera e romantica, nonostante il colpo di stato in atto, la relazione tra i due.

“Il congiacente” è un’altra storia complicata. Due uomini che amano la stessa donna e un matrimonio indiano in sottofondo. L’amore come sottile filo elastico che allontana ed avvicina le loro esistenze.

Il mio giudizio sul libro è positivo, nonostante abbia letto in giro recensioni e commenti non totalmente buoni proprio perchè i racconti non hanno lo stesso ritmo, la stessa lunghezza, la stessa profondità nel raccontare sentimenti e relazioni.

Un racconto di per sè non è un’opera completa ma sospesa. Ho affrontato la lettura consapevole di questo e diciamo che un 7 lo merita il libro di Flavio Soriga “L’amore a Londra e in altri luoghi”.

E magari ora mi leggo “Sardinia Blues” di cui invece tutti parlano bene!

Analfabeti d’Italia. Rabbrividiamo.

Un’analisi terrorizzante della capacità degli italiani di comprendere ciò che viene scritto e detto. Internazionale, 7/13 marzo 2008 Autore dell’articolo: – Via http://eddyburg.it/article/articleview/10848/0/65/

(foto di Celeste)

Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile. Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea. Questi dati risultano da due diverse indagini comparative svolte nel 1999-2000 e nel 2004-2005 in diversi paesi. Ad accurati campioni di popolazione in età lavorativa è stato chiesto di rispondere a questionari: uno, elementarissimo, di accesso, e cinque di difficoltà crescente. Si sono così potute osservare le effettive capacità di lettura, comprensione e calcolo degli intervistati, e nella seconda indagine anche le capacità di problem.solving. I risultati sono interessanti per molti aspetti. Sacche di popolazione a rischio di analfabetismo (persone ferme ai questionari uno e due) si trovano anche in società progredite. Ma non nelle dimensioni italiane (circa l’80 per cento in entrambe le prove). Tra i paesi partecipanti all’indagine l’Italia batte quasi tutti. Solo lo stato del Nuevo Léon, in Messico, ha risultati peggiori. I dati sono stati resi pubblici in Italia nel 2001 e nel 2006. Ma senza reazioni apprezzabili da parte dei mezzi di informazione e dei leader politici.

Nelle ultime settimane, però, alcuni mezzi di informazione hanno parlato con curiosità del fatto che parecchi laureati italiani uniscono la laurea a un sostanziale, letterale analfabetismo. Questa curiosità vagamente moralistica è meglio di niente? No, non è meglio, se porta a distrarre l’attenzione dalla ben più estesa e massiccia presenza di persone incapaci di leggere, scrivere e far di conto (quello che in inglese chiamiamo illiteracy e innumeracy e in italiano diciamo, complessivamente, analfabetismo). È notevole che l’analfabetismo numerico (l’incapacità di cavarsela con una percentuale o con un grafico) non abbia neanche un nome usuale nella nostra lingua.

È grave non saper leggere, scrivere e far di conto? Per alcuni millenni – dopo che erano nati e si erano diffusi sistemi di scrittura e cifrazione – leggere, scrivere e far di conto furono un bene di cui si avvantaggiava l’intera vita sociale: era importante che alcuni lo sapessero fare per garantire proprietà, conoscenze, pratiche religiose, memorie di rilievo collettivo, amministrazione della giustizia. Ma nelle società aristocratiche a base agricola, purché ci fossero alcuni letterati, la maggioranza poteva fare tranquillamente a meno di queste capacità. I saperi essenziali venivano trasmessi oralmente e perfino senza parole. Anche i potenti potevano infischiarsene, purché disponessero di scribi depositari di quelle arti. Carlo v poteva reggere un immenso impero, ma. aveva difficoltà perfino a fare la firma autografa.. Le cose sono cambiate in tempi relativamente recenti almeno in alcune aree del mondo. Dal cinquecento in parte d’Europa la spinta della riforma protestante, con l’affermarsi del diritto-dovere di leggere direttamente Bibbia e Vangelo senza mediazioni del clero, si è combinata con una necessità creata dal progredire di industrializzazione e urbanizzazione: quella del possesso diffuso di un sapere almeno minimo. In seguito è sopravvenuta l’idea che tutti i masch i abbienti, poi tutti i maschi in genere, infine perfino le donne, potessero avere parte nelle decisioni politiche. La "democrazia dei moderni" e i movimenti socialisti hanno fatto apparire indispensabile che tutti imparassero a leggere, scrivere e far di conto. Il solo saper parlare non bastava più. E in quelle che dagli anni settanta del novecento chiamiamo pomposamente "società postmoderne" o "della conoscenza”; leggere, scrivere e far di conto servono sempre, ma per acquisire livelli ben più alti di conoscenza necessari oggi all’inclusione, anzi a sopravvivere in autonomia.

L’analfabetismo italiano ha radici profonde. Ancora negli anni cinquanta il paese viveva soprattutto di agricoltura e poteva permettersi di avere il 59.2 per cento della popolazione senza titolo di studio e per metà totalmente analfabeta (come oggi il 5 per cento). Fuga dai campi, bassi costi della manodopera,, ingegnosità (gli "spiriti vitali" evocati dal presidente Napolitano) lo hanno fatto transitare nello spazio di una generazione attraverso una fase industriale fino alla fase postindustriale. Nonostante gli avvertimenti di alcuni (da Umberto Zanotti Bianco o Giuseppe Di Vittorio a Paolo Sylos Labini), l’invito a investire nelle conoscenze non è stato raccolto né dai partiti politici né dalla mitica "gente". Secondo alcuni economisti il ristagno produttivo italiano, che dura dagli anni novanta, è frutto dei bassi livelli di competenza. Ma nessuno li ascolta; e nessuno ascolta neanche quelli che vedono la povertà nazionale di conoscenze come un fatto negativo anzitutto per il funzionamento delle scuole e per la vita sociale e democratica.