Coltivare i giardini della vita digitale che già abitiamo o colonizzarne sempre di nuovi?

Gigi Cogo posta una riflessione a valle del down temporaneo di Friendfeed ma soprattutto sul nostro modo di abitare i nostri spazi di aggregazione digitale. Spazi che non sono nostri, giustamente ricorda. Solo il blog è nostro ed è per sempre, aggiungo io da un po’ (autocit).

I love FriendFeed

(foto di Nastrorosa)

Sergio Maistrello prova a spiegare i grandi difetti di Facebook (quelli che non piacciono alla stragrande maggioranza degli abitanti della rete più anziani, me compresa). Soprattutto il fatto che non abbia memoria, che tutto vi scorra sopra diventando dopo poco irricercabile e perso. Anche le conversazioni migliori. Panta Rei.

Lorenza Boninu invece prova a spiegare i pregi di Facebook che sintetizzo in: conversazione e relazione anche e soprattutto con chi è al di fuori della parte abitata dalla rete blogosferica (che, ricordiamo, è solo una parte della parte abitata della rete). Qui e ora, con chi c’è, con chi conosciamo di più, con chi si fa i fatti nostri, con chi abbiamo piacere di farci i fatti suoi. Soprattutto, grande vantaggio se sei blogger: ti leggeranno molti altri che prima non lo facevano.

Non ha tutti i torti. Facebook ha il pregio di aver portato tanta gente su Internet. Più sono le persone, più la relazione si arricchisce, più la rete e le sue dinamiche circolano. Non saranno tutti bravi come noi che siamo arrivati prima, ma la rete è di tutti, il social web soprattutto. La gente se lo plasma addosso per come lo ritiene.

Io penso tante cose a riguardo, me ne appunto qualcuna qua, da approfondire.

La nobiltà dei social media (che ora sono realmente a disposizione di tutti) è proprio nella socializzazione e nella capacità di mantenere relazioni personali e sociali con le persone della propria rete, con le persone che scegliamo di seguire e con quelle che scelgono di seguire noi. Che poi sia su Facebook o su Friendfeed o Twitter o altrove, lo strumento non conta. E nemmeno i motivi per cui ciò accade.

Un account personale aperto in qualunque posto del web sociale attirerà a sè qualcuno a seguirlo, per forza di cose. E si nutrirà anche di quanto ci mettono gli altri.

The Act of the FriendFeed

(foto di adKinn)

Conta la rete di relazioni, conta il nostro modo di pianificare e gestire la social life e la nostra presenza digitale (non credo sia una coincidenza che Luca Conti in questi giorni stia rimettendo ordine ai flussi), conta il nostro modo di rapportarci ed entrare in comunicazione. Inutile fare solo “trasmissione” in tutti i luoghi e in tutti i laghi del web, senza la conversazione, ovunque avvenga.

Non è un nuovo social luogo figo (tutti che cercano l’alternativa a Friendfeed in questi giorni) quello di cui c’è bisogno. Non mi risultano tra l’altro al momento alternative valide a Friendfeed ed alla socialità online spinta a cui ci ha abituato.

C’è bisogno di utilizzare al meglio le reti sociali che già abitiamo, coltivare i vari giardini della vita digitale e non solo gli orticelli su Farmville, innaffiare e migliorare le relazioni e le conversazioni, arricchirsi e arricchire, se è possibile. C’è bisogno di raccogliere dai mille rivoli, non ulteriormente di disperdere.

Banalmente, basandomi solo sui numeri delle mie reti sociali dei luoghi in cui abito io la rete, i miei followers/following sono così suddivisi: Twitter 2996/2381, Friendfeed 2322/2211, Facebook 2466, Meemi 290/287 (per nominare solo quelli in cui si vive, si digita, si chatta, si scrive, si condivide, si partecipa alla grande). Se morisse davvero Friendfeed, logica vuole che le reti sociali più simili (non pensiamo ai numeri ma alle persone che stanno dietro ogni account) per me siano Twitter/Facebook (e anche la bella gente che abita Meemi). E saranno quelle da innaffiare e coltivare, o integrare anche altrove. Una rete sociale che non dovrò ricreare da zero, sicuramente. Una rete sociale che vive a prescindere dai social network, ci chiudessero tutto, di molti ho la mail e il cellulare…mica ci perdiamo di vista, mica la relazione scompare!

Il ragionamento vale uguale, anche con numeri più “vivibili” di relazioni sociali online forti. Anzi, è ancora più facile ricreare e traslocare altrove la rete sociale con numeri piccoli. Chi sceglie il gruppo ristretto, nel 90% dei casi ha scelto persone che conosce e con cui la relazione è forte. Quindi, il ragionamento sulla non importanza dello strumento 2.0 in sè, vale per tutti, credo.

La mania degli ultimi giorni era “spostiamoci altrove, in massa”.  Friendfeed muore, dove andremo? E via varie ipotesi e vari suggerimenti di tool. Eppure nessuna decolla. Su Cliqset per dire, i miei numeri al momento sono 94/94. Sempre banalmente, quindi, o su cliqset non mi vuole seguire nessuno, o vi si è spostata solo l’elite dell’elite che tra l’altro lo usa per importare i soliti Twitter/Friendfeed/facebook/Tumblr/Flickr/Youtube ecc. ecc. ecc. come su Buzz o su altro (occhio sempre occhio al loop), o torniamo a quello che dicevo: abbiamo proprio bisogno di replicare il flusso ovunque?

Copione che si ripete: nuovo servizio quanto è figo, quanto è figo, registro immediatamente l’account, metto la mia foto e il nickname, che ci faccio? Vabbè mettiamoci subito dentro Twitter, Friendfeed, Google Reader, Tumblr, il blog, Youtube, Flickr ecc., faccio importa amici da altri servizi o dai contatti mail, dico in giro “oh quanto è figo questo nuovo servizio”, scrivo “post di prova, vediamo come funziona questo fighissimo nuovo servizio”, ricevo tre o quattro commenti di quelli che stanno facendo esattamente la stessa cosa, cominciamo tutti a dire “non mi piace non mi piace”, finisce nell’oblio dei millemila account aperti e lasciati al loro destino.

Abbiamo proprio bisogno di correre alla ricerca dell’ultimo servizio 2.0? Sono tutti uguali oramai, fanno tutti praticamente la stessa cosa, tutti hanno pregi e difetti. Il social media perfetto non esiste. Non è questione di funzionalità, opzioni di privacy, possibilità di postare tutto quello che vogliamo, mandare messaggi privati, no.

Non è un caso se i servizi 2.0 che hanno maggior fortuna son sempre quelli dove le reti sociali degli utenti si consolidano meglio o almeno facilmente. Dove la qualità ricercata è quella delle relazioni e non quella dello strumento utilizzato. Dove al centro ci sono sempre prima le persone con le quali abbiamo piacere/interesse/voglia di fare rete insieme.

Dove non importa quanti “amici” o follower hai, ciò che conta è la qualità di quello che con loro ci fai.

Non è neanche un caso che un mio post di status su Facebook, (banalissimo tra l’altro) oggi, dopo più di 15 giorni di inattività o di mancanza di mie notizie in bacheca se non i rimandi ai post del blog, faccia subito 30 commenti…Non guardate ai numeri come se fosse il dito guardando la luna. Non sono numeri, sono relazioni. Non sono tanti commenti/like che dicono quanto è seguita catepol. No, sono solo persone che conversano con me.

Forse dovrei innaffiare di più anche quel giardino (Facebook) di cui più volte anche io parlo male e trascuro perchè non esattamente adatto alla mia idea di abitare la rete. Forse dovrei innaffiare e coltivare meglio la parte di rete che ho scelto di abitare, riorganizzare i flussi, potare i rami secchi, concimare, seminare ancora e poi raccogliere e condividerne i frutti.

Forse dovresti farlo anche tu.

Sempre valido il consiglio di coltivare le relazioni del 2007… comunque. Corsi e ricorsi storici, non trovate anche voi?

Balla con me: da follower nasce follower

Il video originale del ragazzo che balla, prima da solo come un pazzo, poi come capobanda di un numero sconsiderato di amici che si uniscono a lui nella danza, gira in rete da un po’.

La serendipity delle mie letture via feed reader, oggi, me lo riporta sotto gli occhi (via Socialmediatoday) in un post che mette in correlazione l’argomento Leadership con la capacità di essere dei buoni community manager online (in senso ampio…ho appena finito di leggere il libro di @mafe, perdonatemi).

Cioè persone che attraverso la rete, i social network, le reti sociali online ecc. riescono a coinvolgere altre persone, amici e non, per poi convergere insieme su un obiettivo (ad esempio questo successo è dovuto a voi, mica a me…cioè forse a me, in parte, ma solo per aver avuto la capacità di coinvolgervi, credo, spero…).

Chi abita rete e social network sa bene quanto non sia immediato, online, per qualunque motivo, coinvolgere le altre persone, i propri contatti, a fare qualcosa e a fare anche in modo che coinvolgano, a loro volta, altra gente.

Per coinvolgere cerchiamo di essere simpatici, amabili, interessanti, amichevoli, partecipi, coinvolti e coinvolgenti. Soprattutto cerchiamo di mediare la distanza che ci separa dall’altro interlocutore e la separazione che crea lo schermo del computer o di un telefonino con la relazione umana, con la connessione umana che ci fa “assomigliare e pigliare” tra persone, anche online.

Oppure siamo solo spammer, broadcaster, gente che ha canali e strumenti 2.0 da colonizzare, sparando qualcosa col megafono nella speranza di colpire almeno qualcuno (lamentandosi, poi, magari, quando non ci riesce).

Essere leader senza una community attorno, in effetti non ha molto senso. Online ancora di più. In rete si vive soprattutto di relazioni instaurate (quante volte l’ho scritto che la rete è fatta di persone?).

Guardate il video.

Si tratta di “Leadership Lessons learned from Dancing Guy” il cui transcript potete trovare qui http://sivers.org/ff se non avete pazienza di ascoltarlo dal video di Derek Sivers che ne ha fatto un talk al TED.

Alla fine della fiera, una qualunque community online (definiamola evangelicamente come qualunque posto abitato della rete in cui due o tre si riuniscono nel nome di Internet per far qualcosa insieme, sia anche solo cazzeggiare), si costruisce e vive passo dopo passo grazie alla relazione umana che si instaura tra i membri, sull’empatia, sulla capacità condividere questioni e idee che accomunano, di sentire l’umanità che si cela dietro i byte scambiati.

Torniamo al video “Leadership Lessons learned from Dancing Guy” da cui queste riflessioni e questo post partono, vediamo che accade, vediamo cosa possiamo imparare. Il ragazzo che balla e coinvolge tutta la compagnia è forse il sogno di tutti coloro che si occupano di marketing online, di viralità ecc.

Il ragazzo che inizia a ballare è colui/colei che, anche online, vuole coinvolgere altre persone e guidarle verso un obiettivo (qualunque esso sia: avere più lettori sul blog, firmare una petizione, promuovere un prodotto, cazzeggiare, il risultato non cambia). Consapevolmente o inconsapevolmente. Soprattutto nel secondo caso il ruolo fondamentale è proprio quello dei followers, senza i quali il coinvolgimento non comincerebbe e non emergerebbe.

Potremmo chiamarlo Leader, Guru, blogstar, twitter star, fenomeno di Feisbuc, community manager…se vi piace di più. Contestualizzate voi, a piacere, sulla base della vostra esperienza in rete.

Il leader/guru in questione deve avere abbastanza fegato per esporsi sui vari canali che abita in rete anche a costo di sembrare ridicolo. Deve metterci non solo la faccia ma la faccia tosta, come si dice dalle mie parti. Non ce l’hanno tutti, in effetti.

Regole basilari per un minimo di visibilità in rete: esporsi, cominciando da soli qualcosa in cui crediamo, che sia qualcosa di semplice, facilmente imitabile e che invogli altri a ripetere e fare la stessa cosa (che sia anche solo la condivisione di foto di gattini, deve essere facilmente imitabile, facilmente retwittabile, facilmente condivisibile su Facebook, facilmente ribloggabile, linkabile ecc.).

Ecco che arriva il primo follower, occorre avere pazienza ma non tarderà. Sicuramente è un amico, sicuramente qualcuno che già ti conosce, qualcuno con cui sei già in relazione, con cui hai feeling, che si fida di te. Oppure è qulcuno che ti trova per caso ma con cui parte subito il feeling.

Se quello che stai facendo è semplice e facilmente imitabile (magari divertente e umano), il primo follower arriva. E’ proprio il primo follower ad avere un ruolo cruciale per la tua “leadership” e per la tua riconoscibilità in rete: è lui/lei che mostrerà pubblicamente a tutti come imitarti o seguirti spiegando anche perchè ne valga la pena. E’ lui/lei che ritwitterà, metterà un like, ti condividerà il post sul google reader, riposterà il link su Facebook, scriverà un post linkandoti, ti manderà un DM ecc.

Devi solo accoglierlo come tuo pari, sarà il primo follower a chiamare altri amici a partecipare, il primo ad avere avuto il coraggio di alzarsi e seguire le tua apparente pazzia. Il primo a diffondere. E la rete è fatta di diffusione, di link, di coinvolgimento. Di persone che si trovano anche per serendipity, di similis cum similibus congregantur.

Il primo follower trasforma trasforma chi ha iniziato il ballo in un leader. Il ragazzo che balla del video è  la pietra, il primo amico che va a ballare con lui è la scintilla che appicca il fuoco. E vai col movimento.

Se arriva poi un altro amico, vuol dire che il primo follower è stato bravo a darti fiducia. Se prima eravate in due a ballare, adesso siete in tre a ballare. Tre comincia ad essere “massa” o community e quando si è massa, si fa notizia, il paese è piccolo, la gente online mormora, retwitta, followa, aggiunge amici, condivide, segnala, laika, manda DM e…comincia anche a criticare il movimento che generi. Anche questo fa parte del gioco.

Gli altri man mano si uniranno al ballo. Come accade nel video. Arriveranno anche gli amici degli amici. Basta avere pazienza, basta instaurare relazioni. Poi quando mi chiedono “ma quanti amici su feibuc – twitter – friendfeed – lettori del tuo feed ecc…come fai??” io non so che rispondere. Alla fine è così. Relazioni che portano relazioni. Gente che si fida di me (e io ne sono onorata, spero di non deludere le aspettative). Gente con cui bene o male mi rapporto ogni giorno, gente con cui scatta anche l’amicizia vera, il dialogo, la condivisione.

Nelle community online che frequentiamo e abitiamo (che sia la blogosfera, la twittosfera, friendfeed, un gruppo su facebook ecc.) a volte capita di sentirsi proprio come il ragazzo che si alza e balla da solo senza t-shirt: SOLI, mentre gli altri apparentemente fanno gruppo fra loro per altri motivi. Soprattutto all’inizio, quando abbiamo pochi contatti, non conosciamo meccanismi e dinamiche della socialsfera, come la chiama Gigi.

Il nostro valore verrà riconosciuto da qualcuno,la rete è grande e bella per questo. Non bisogna avere paura di essere se stessi, di cominciare, di commentare, di scrivere, di ballare anche da soli. Il primo follower arriverà e sarà la porta d’ingresso degli altri che seguiranno.

La lezione che si trae dal video è questa: Siate pubblici. Siate facili da imitare. E, perchè no, aggiungo dalla mia esperienza di prezzemolina della rete, siate facilmente prendibili in giro e autoironici allo stesso tempo! Non può esserci nessun movimento senza il primo sostenitore e il primo sostenitore è quello che non cerchi tu, è quello che arriva spontaneamente perchè l’hai conquistato con la tua umanità, con la tua particolarità e con la tua follia. E’ quello che si interessa a te e sparge la voce. E’ quello che chiama altri.

Imita coraggiosamente qualcun altro che fa quello in cui credi tu, entraci in relazione e poi mostra ad altri, a tua volta, come fare. Retwitta, condividi, laika, linka, passaparola.

Quando qualcuno online fa qualcosa di eccezionale, simpatico, interessante, condivisibile, coinvolgente ai nostri occhi, dobbiamo avere il coraggio di alzarci ed andare a ballare insieme. O almeno a scambiarci due chiacchiere.

Per ciò che non ci piace, invece, c’è sempre l’ignore, l’unfollow e il block. No?

(se siete arrivati fino a qui…sappiate che in un prossimo post vi chiedo un favore, ok?)

44 gatti si unirono compatti?

Letture preliminari: il post di Gigi Cogo e del post di Mariangela (ripreso anche su Facebook). Da leggere anche, ovviamente, i numerosi commenti. Conversazioni in corso che riprendo.

Oggetto: early adopters (o avanguardie) del cosiddetto web sociale contro resto del mondo (o almeno contro l’italiano medio e il suo rapporto col web).

Nel senso, come dice Gigi Cogo:

Discutiamo, “conversiamo”, scriviamo (riviste, libri, blog, ebook, ecc.), ci troviamo (cene, barcamp, aperitivi, convegni, work-shop, eventi markettari, conferenze, ecc.), spesso educhiamo (docenze, speech, ecc.) a volte gureggiamo (evangelizziamo, disegniamo strategie, diffondiamo suggestioni, ecc.) e quasi sempre usiamo un linguaggio che ci appartiene e che, spesso, solo noi comprendiamo (in modo da confondere gli avversari) ma, soprattutto usiamo (direi dominiamo) tutti i cazzabubboli tecnologici di ultima generazione. Siamo early adopters incalliti. Purtroppo vinciamo poco, anzi, perdiamo quasi sempre.

Siamo entusiasti ma parliamo difficile, soprattutto tendiamo a parlarci solo tra noi. Pochi sono (siamo?) quelli che provano a spiegare, parlando come si mangia, le cose di Internet.

Raccontiamo, spieghiamo, facilitiamo, condividiamo, ci mettiamo a disposizione, diamo una mano per poi sentirci dire: “Si ma a che mi serve?” O anche “Bello, bellissimo…certo che lei è veramente esperta!” e poi tanti cari saluti.

Cerchiamo soluzioni e canali utili e utilizzabili, li sperimentiamo, selezioniamo, riflettiamo sul possibile uso, ci confrontiamo, ci arricchiamo, vorremmo arricchire altri, gioiamo quando ci riusciamo, quando altre persone grazie a noi si affacciano al web sociale e cominciano a conversare con noi…Ma.

Per il web sociale ci vuole tempo. Solo partecipando in prima lo comprendi, il web sociale è soprattutto relazione con altri abitanti, con i contenuti. E’ mettersi in gioco. Quante volte ne abbiamo scritto?

La gente comune come percepisce il web, i social network ecc?


La gente con cui ci relazioniamo nella vita quotidiana, parenti, amici, colleghi ecc. Questo intendo per gente comune. Nessun piedistallo tra me e loro, sia chiaro.

La gente comune che oramai sa anche che internet esiste, probabilmente ha la connessione anche a casa, l’ha usato o visto usare o, se proprio, chiesto a qualcuno di usarlo quando ne ha avuto necessità, non sapendo “accendere il computer”.

Mio modestissimo parere: come ogni innovazione che ti può cambiare anche solo parzialmente la vita e la giornata, il web sociale alla gente lo dobbiamo spiegare con calma e semplicità, soprattutto dando alle persone almeno (o forse anche SOLO) una funzione (tra le mille disponibili) che, in quel preciso momento, può servire concretamente, in modo che la apprezzino e non ne possano più fare a meno. In modo che il cambiamento di paradigma, anche minimo, avvenga. In modo che si getti un seme. Solo che il seme va innaffiato e curato.

E’ un lavoraccio.

Con telefonini e SMS, però, il cambiamento è riuscito (si certo c’è ancora gente che non li sa mandare, ok):  tutte le mamme negli ultimi anni hanno imparato per forza di cose a leggere gli sms ricevuti dai figli e a rispondere loro, o no?

Il cambiamento di paradigma avviene quando la necessità si pone davanti. Di necessità, virtù. Conoscete qualcuno, oggi, che non sappia leggere o inviare un SMS?

Essere ottimisti quindi continua ad essere importante, soprattutto per noi che siamo solo “arrivati prima”.

Scendiamo tutti dal piedistallo: non siamo guru, strategist, docenti, esperti, ecc. ma solo persone che sono arrivate prima, hanno scoperto qualcosa di utile, ne apprezzano il valore, vogliono esser d’aiuto agli altri. Diffondono e divulgano, ognuno a suo modo, ognuno nella sua nicchia, ognuno con la sua rete sociale.

Il problema vero, dice Gigi, è quello della partecipazione. L’italiano medio non è portato alla partecipazione, piuttosto alla delega. Lo fanno gli altri, fino a che lo fanno gli altri…

Forse solo Facebook ha rotto il muro della partecipazione/condivisione di qualcosa in rete. Nella gente comune, intendo.

Forse, come dice Galatea, sopravvalutiamo l’uso che la gente realmente fa della rete e dei social network.

Sopravvalutiamo perchè diamo per scontato che il solo possesso degli strumenti e della connessione faccia della gente comune gente entusiasta come noi. A noi è piaciuto questo mondo e ci siamo fiondati dentro. Noi lo usiamo appieno, sicuramente è quello che capita a tutti.

…la maggioranza delle persone lo creda solo un mezzo per condividere l’ultima barzelletta scema, prenotarsi il volo low cost, guardare le tette della velina in carica, e poco altro. Un fenomenale strumento di cazzeggio per riempire i tempi morti della noia in ufficio o in famiglia.

La maggioranza delle persone adesso magari è su Facebook, ma non è detto che abbia capito molto.

La maggioranza delle persone ha internet per cercare (o meglio ha google, butta in pasto qualche parola, trova risultati e spesso non ha elementi per valutare l’autorevolezza o la reale utilità di quei risultati), per prenotare, per leggere qualche notizia, per vedere i video di youtube…

Il web in Italia non è un fenomeno veramente di massa. La maggioranza delle persone non possiede la grammatica d’uso, la maggioranza delle persone ha uno o più strumenti a disposizione e li usa al minimo, non vi è consapevolezza.

Eppure la gente comune il web sociale oramai lo frequenta pure. Quante persone conoscete che NON hanno un profilo Facebook? Poche, vero?

Sempre da Galatea:

Ci sono ragazzi che non hanno proprio il computer a casa, o, se lo hanno, lo usano giusto per giocare ai videogiochi e scopiazzare qualche ricerca da wikipedia, bellamente ignari, per altro, che wikipedia è una enciclopedia con impostazione diversa (nel bene e nel male) da quelle cartacee che consultavano i loro fratelli maggiori. Stanno su Facebook con altrettanta giovanile incoscienza: chattano, messaggiano, lasciano per sempre nei meandri del web foto e frammenti di riflessioni che un giorno potrebbero impedirgli di essere assunti nel posto che desiderano, intavolano con sconosciuti conversazioni che potrebbero magari essere pericolose, o perdono, molto più semplicemente, oceani di tempo che potrebbe essere meglio utilizzato. Non hanno alcuna nozione tecnica su cosa sia e come si comporti nello specifico il mezzo che usano: lo usano e basta, il che alle volte può sì farli incappare per caso in qualche rivelazione che a noi adulti sfugge, ma spesso significa solo che ci si muovono dentro a naso, e spesso si ritrovano nella situazione di uno che, dopo aver ricevuto un vecchio mangiadischi senza il libretto delle istruzioni, lo usi come tavolino d’appoggio senza intuirne la vera funzione. Attorno non ci sono adulti che possano spiegare loro come si fa, perché gli adulti stessi, i padri, le madri ma spesso e volentieri anche gli insegnanti, il web lo usano proprio come loro: per prenotarsi le vacanze, forse chattare con qualche amico distante, ma poco più.

E poi ci sono quelli che “Internet è il male, i telefonini sono il male, ecc.”

Poi ci siamo sempre noi, quelli “arrivati prima”.

I 44 gatti (o poco più) che “organizzarono una riunione per precisare la situazione” via blog e commenti, social network (Twitter/Friendfeed/Facebook) per parlarne tra noi ma soprattutto fuori da noi.

“Quando alla fine della riunione
fu definita la situazione
andò in giardino tutto il plotone
di quei gattini senza padrone.”

Ecco, scendiamo in giardino, non abbiam padrone, cosa possiamo fare?

Come unirci compatti (sempre per restare sulla canzoncina)?

Io (si certo ok, lo faccio anche perchè lo faccio per lavoro) da parte mia posso solo continuare ad alfabetizzare. A spiegare, a mostrare, a divulgare. Dal blog e dai social network, ma anche nella vita di ogni giorno.

Soprattutto spingere verso la consapevolezza.

Il web come il telefono, anzi meglio come un telecomando. Tutti lo usano, pochi sanno spiegare il funzionamento esatto, molti però hanno capito a che serve e lo usano per quello. Metteresti un telecomando in frigo? Useresti un telefonino per fermaporte?

No, vero? Ecco, perchè il web lo devi usare solo per cazzeggiare pensandolo come una zona franca dove tutto è possibile?

Abilitare all’uso attivo, partecipato o anche solo utile di strumenti e canali a disposizione di tutti, nessuno escluso.

Oppure continuare dal nostro piedistallo a gureggiare di qua e di là fra di noi 44 gatti early adopters?

Catania – Stati generali dell’innovazione

Sono stata invitata dal Comune di Catania, insieme ad un manipolo di blogger, a partecipare agli Stati Generali dell’Innovazione, che si è svolto a Palazzo Platamone.

Una bella giornata non solo per il clima. Un po’ (molto) convegno, un po’ (meno) barcamp. Un tentativo comunque di parlare di innovazione in una città del Sud, un tentativo ben riuscito, secondo me. Un tentativo di sperimentare la modalità Barcamp in un contesto più o meno istituzionale cercando ed ottenendo la partecipazione dei cittadini, in primis.

Ringrazio (anche a nome di husband)  gli organizzatori del Barcamp  e soprattutto il Comune di Catania per l’ospitalità (viaggio e pernottamento inclusi, sono trasparente, non c’è motivo di non dirlo). Ringrazio il comitato organizzatore, Salvo Mizzi, Davide Bennato, Antonio Predichizzi

Ringrazio per l’invito, per la cortesia, per avermi dato modo di tornare nella splendida Catania, due giorni in giro in maniche di camicia, tra sole, mare, cannoli, pesce, arancini, cipolline, ecc. Quasi da non voler rientrare più a casa.

Ringrazio, fino a che siamo stati più o meno tutti insieme, l’ottima compagnia degli altri blogger amici, con cui abbiamo condiviso l’esperienza (Nicola MattinaMarco MassarottoMarco ZamperiniPaolo ValentiMichele Ficara ManganelliAlessandro Nasini, Luca Conti, Zeno Tomiolo, Fabrizio Ulisse, Davide Bennato e Tania, Roberto ChibbaroFloriana Coppoletta … dimentico qualcuno? Ah è ho conosciuto di persona anche Toni Siino e Francesco Passantino…)

Noi, i più vicini, i più meridionali del gruppo blogger invitato, siamo arrivati ovviamente tardi per la cena insieme del 18 sera. Da Potenza a Catania in aereo purtroppo non ci si arriva comodi. C’è toccata la Salerno-Reggio che, al momento, tutto è tranne che una autostrada. Siamo arrivati però in tempo per raggiungere l’allegra combriccola allo Zo – centro culture contemporanee Neanche il tempo di salutare tutti e bere qualcosa che mi intervistano ai microfoni di Radio Zammù per la trasmissione Radio50 Special che andava live dal locale e che ha provato a raccontare agli ascoltatori, intervistandoci e cazzeggiando con noi, cosa è un blog, chi sono i blogger, le conversazioni online, i social network, cose così.

Divertente. Soprattutto perchè aspettavano con ansia il parere della quota rosa del gruppo, cioè il mio :)

Interventi dalle due sale, molti. Impossibile seguire tutto, o stavi in sala uno o stavi in sala due. Ne elenco alcuni, con i link ai relativi progetti per andare a vedere con calma di che si tratta.

Foto di marcomassarotto

Inoll una rete aperta di varie iniziative e progetti, progetto Senseable Cities per realizzare le WikiCity, Salvo Mica di e-ludo con il Global Game Jam e la creazione di un MMOG, sulla Mafia ma, ovviamente, a scopi educativi,  Google Technology User Group, Freaknet Medialab, Roberto Chibbaro con Catania come Barcelona e “22 @ Barcelona“, l’idea SeeMS: SMS in trasparenza per scrivere camminando, un po’ come facciamo con varie app per l’iphone che già lo permettono, TeleStrada, la WebTV della Caritas premiata come miglior webTV di denuncia italiana, gli spazi sociali di Artemius, Catania in your pocket, Marco Massarotto e il Tax 2.0, ecc…

Insomma un gran bel calderone non solo di progetti strettamente catanesi o siciliani, anche se largo spazio è stato ovviamente dedicato a questo, così come previsto per questi stati generali. Soprattutto si è fatto molto networking di persona. Scopo primario del Barcamp infatti era anche quello di mettere in relazione persone, teste, idee, progetti e di farle incontrare e conversare. Rompere un po’ gli schemi di quello che è un “convegno”, sperimentare la temporizzazione degli interventi (massimo 5 minuti a relatore), ed anche la possibilità di iscriversi ed andare a parlare, se si voleva presentare qualcosa.

La sensazione è quella di una giornata che andava fatta, soprattutto fatta al sud. Un modo per incontrarsi e presentare idee di innovazione che non riguardano solo la tecnologia ma, soprattutto, una mentalità da cambiare, la voglia di fare qualcosa di nuovo per il bene collettivo, l’importanza del raccontare progetti già in atto o idee per il futuro.

Un paio di critiche, ci stanno. (altrimenti chi li vuole sentire quelli che “Quando pagano vitto e alloggio ai blogger non possono non parlarne bene”).

La prima: il convegno del mattino è partito bene, poi è andato un po’ a ramengo. Mai dare troppo spazio al sociologo famoso, ad un certo punto ha fagocitato tutto! La seconda: il sistema di presentazione cosiddetto Ignite (che a quanto ho capito è sintetizzato in “hai solo 5 minuti per dire la tua”, funziona e non funziona. Fa durare troppo chi non sa presentare e ti annoia, interrompe invece i bravi comunicatori sul più bello, quando ti stanno scaldando e convincendo. O forse è stata la fretta di stare nei tempi (la colpa comunque è del Prof. Bennato che tirava via il microfono dalle mani, letteralmente, allo scoccare del quinto minuto!!!)

Si è obiettato che non fosse un vero Barcamp. In effetti non lo era, l’ho già scritto.

Il barcamp era parte dell’evento, non era l’evento degli Stati Generali dell’Innovazione. Noi che abbiamo partecipato lo sapevamo, era scritto nel programma il funzionamento della giornata. Eravamo là per ascoltare ed abbiamo ascoltato. Eravamo là per partecipare ed abbiamo partecipato socializzando anche l’evento sui vari social network (segui #innovaCt sia su Friendfeed che su Twitter per rileggere il real time della giornata degli Stati Generali dell’Innovazione a Catania. Non è che fossimo tenuti alla condivisione, eppure abbiamo condiviso.

Di Catania bellissima città magari scrivo un altro post. Permettetemi però di concludere così (i motivi sono tanti, chi ha orecchie per intendere intenda).

[MODE CATEPOL POLEMICA E LA BLOGOSFERA, ON] Certo mancavano soprattutto i “fotografi delle dive” per definirlo un vero e proprio barcamp blogosferico e mancava il cazzeggio rumoroso esterno dei blogger, quelli che, qualunque cosa si faccia ad un barcamp, qualunque sia l’argomento, incuranti e irrispettosi di chi sta parlando o presentando qualcosa, si alzano in massa e vanno a fare i fatti loro fuori (sempre che siano mai entrati in sala a sentir qualcuno parlare)…

Ah, non c’erano gadget in dono, nè tramezzini nè buffet su cui fiondarsi come cavallette, siamo andati a spese nostre in rosticceria (certo, ne è valsa la pena!!!). [MODE CATEPOL POLEMICA E LA BLOGOSFERA, OFF]


Go green! Risparmiare energia navigando su Internet dal telefonino

Un video di Nokia che spiega il risparmio energetico. Usare internet da telefonino per risparmiare energia, questo è il succo del video.

Pare che aggiornare lo status di Facebook dal computer consumi cento volte più energia che aggiornarlo dal telefonino. Se solo 100 milioni di persone utilizzassero Internet dal telefonino piuttosto che dai computer, anche solo un’ora al giorno, l’energia risparmiata sarebbe equivalente a quella prodotta da 430000 automobili.

Piccoli, grandi gesti per l’ambiente a partire dalle tecnologie che abbiamo a disposizione.

(via Digital Inspiration)

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