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Le LIM non mordono: introduzione all’uso delle Lavagne Interattive Multimediali

Oggi ho provato a spiegare ai miei colleghi che le LIM (di cui avevo già scritto) non solo non mordono ma che, ad un livello minimo, con poca “competenza tecnologica”, possono essere piano piano introdotte nella didattica quotidiana.
Senza fare grandi cose o dover per forza stupire gli alunni con effetti speciali.

Semplicemente considerando lo strumento come opportunità per presentare al meglio il proprio materiale didattico, ottimizzare il tempo della lezione, attirare l’attenzione, coinvolgere un po’ di più.

Passo dopo passo diventare diventare più esperti e utilizzare man mano le diverse funzioni.
Il solo utilizzo come proiettore è un grande traguardo che si può raggiungere. Abbiamo le lavagne installate in classe, si tratta solo di collegare i cavi, accendere il portatile, far partire il programma. Non è un lavoro per tecnici.

Ovviamente il grosso del lavoro con le LIM è la preparazione del materiale didattico da utilizzare e non la capacità di usare il software. Il software si impara provando e riprovando ogni pulsantino per capire cosa fa.
Come ogni programma per il computer.
Considerando poi che questi software delle LIM sono stati pensati proprio per trasportare la modalità lavagna sullo schermo, per interagire col materiale, per manipolarlo, per scriverci sopra ecc.

Anche la penna per “manovrare” lo schermo al posto di mouse e tastiera si impara. E’ una manualità da acquisire, forse anche più facile per chi non utilizza il computer speditamente, perchè un gesso o un pennarello in mano lo abbiamo tenuto tutti,anche più della tastiera del computer.

E’ più facile a provarla che a spiegarla la LIM.

Condivido qui le slides. Possono essere utili anche ad altri docenti che approcciano le Lavagne Interattive o che vorrebbero avvicinarsi (e magari cominciare ad utilizzarle).

L’evoluzione delle tecnologie per la didattica

Bellissima la storia grafica del NYTimes che racconta per immagini e su una linea del tempo l’evoluzione delle tecnologie per la didattica, di tutti quegli strumenti che, nel corso dei secoli, sono stati utilizzati da insegnanti e studenti per migliorare l’apprendimento.

Dalla tavoletta con l’alfabeto del 1650

…passando per la lavagna di ardesia (tutt’ora in uso dal 1890)

Il 900 ha visto  succedersi tecnologie didattiche come le matite, la calcolatrice, i primi proiettori, i CD, le cuffie per il laboratorio linguistico, i computer, internet, le LIM…

Dulcis in fundo, signori, l’iPad

Attenzione però. Ricordiamoci che  la sola tecnologia didattica di ultimissima generazione non basta a migliorare l’apprendimento.

Connessi? Perchè? – Why do we connect?

Perchè usare la rete? Perchè socializzare su internet? Perchè connettere il mio mondo col tuo mondo attraverso un social network o un blog o un sito, una chat, una mail? Perchè? Per uno, 100, diecimila motivi che si scoprono solo utilizzando il web per entrare in relazione.

Un video di Shelly Terrell, visto su Free technology for teachers mette insieme un bel po’ di motivi e un bel po’ di risposte alla domanda “Connessi? Perchè?”

Connessi per imparare dagli altri, connessi per arricchirci, connessi per comunicare.

Connessi per condividere risorse e idee, per raggiungere obiettivi, per trovare ispirazione, per chiacchierare, per stare in contatto, per partecipare. Connessi perchè è importante crearsi un proprio PLN, un personal learning network, una rete personale che grazie alla rete ed ai nostri contatti, alla condivisione della propria conoscenza ma anche del puro e sano cazzeggio, ci fa continuare ad imparare. In questa rete fatta di persone e non di codice.

Shelly ha messo su anche un wiki dove troviamo altro materiale utile a spiegare i social media e come imparare anche grazie al web 2.0.

A studiare storia con internet i pellerossa si dividono in buoni e cattivi…

Ambientazione: in classe, scuola superiore, un professionale di una qualunque città capoluogo di una delle Regioni del Regno (ci son sempre i Borboni quaggiù, vero?).

Vabbè fuor dagli scherzi, in classe si faceva storia. Rivoluzione americana, annessi e connessi e il compito di approfondire cosa successe agli indiani d’America in mezzo a tutto quel trambusto, come vennero trattati, perchè finirono nelle riserve, cose così. Approfondire, andare oltre quello che dice il libro di testo, trovare altro materiale, condividerlo, saperne di più.

Approfondire a casa, cercare materiale, selezionarlo se utile, riportare i risultati in classe, per leggerli insieme. Questo chiede  un docente, quando chiede di approfondire.

Google, scrivi “pellerossa“, clicca cerca, prendi la prima voce che viene fuori (tanto si sa che è Wikipedia) portala in classe. Questo fa l’alunno. Questo fanno tutti gli studenti del Regno, oramai. Borbonici, Polentoni, o residenti nella caput mundi. Tutti uguali gli studenti davanti a internet, anche quelli che internet se la fanno prestare dal compagno, se non ce l’hanno.

Oramai, però, anche la prof di storia lo sa che poi finisce così, con sole due varianti possibili di svolgimento del compito assegnato: gli studenti stampano la ricerca “i pellerossa” così com’è da Wikipedia oppure gli studenti copiano a mano la ricerca “i pellerossa” così com’è da Wikipedia sul quaderno per far vedere che hanno studiato perchè ci hanno dedicato veramente tempo.

Allora anche una prof di storia, oramai, avvisa a gran voce: “Non mi portate tutti quello che viene fuori da Wikipedia. Almeno, non solo. Qualcuno trovi la cultura, qualcuno le origini, qualcuno le riserve ecc., insomma non portate le stesse cose in classe, non ci serve.”

I furbi cosa fanno? Prendono la pagina dei “i pellerossa” così com’è da Wikipedia e se la dividono: così uno ha il foglio della cultura, un altro le origini, un altro le riserve ecc. C’è sempre un modo per far quello che ti assegna anche la più scaltra delle prof e col minimo sforzo, insomma. Che gli puoi contestare? Ognuno ha un documento diverso da leggere, come richiesto, no?

Dal centro dell’aula una voce di alunno appartenente alla categoria numero due, quelli che copiano le ricerche a penna: “Prof, ho fatto come avete detto, non ho preso da Wikipedia, ho cercato altro con Internet” sventolando il suo quaderno.

“Evvai, finalmente hanno capito che bisogna verificare più fonti, che la ricerca non si fa solo con la prima voce di Wikipedia che appare cliccando cerca” pensò la prof di storia e anche quella di sostegno.

“Prof, la mia ricerca infatti è diversa dalla loro, dice altre cose. Però è un po’ strana. L’ho presa dalla Nonciclopedia

Dal fondo dell’aula un compagno “Nooooooooooooo non la puoi leggere alla prof.” (però passala qua fammi vedere che dice). Risate generali. Risate anche delle prof che però tentavano di far le gnorri.

“Finiamo  di mettere insieme tutte le info VERE sui pellerossa e poi la Nonciclopedia la leggiamo se c’è tempo per farci due risate.” Come spiazzare una classe di adolescenti facendo saper loro che tu sai quello che sanno loro, che lo sai benissimo.

La lezione prosegue con la prof di storia che chiede di cercare a casa anche una notizia recente, quella della sentenza per la quale uno stato americano dovrà risarcire i Nativi Americani per non so quanti miliardi.

“Aspettate, prof. Faccio io!”

Un alunno estrae uno telefonino di ultima generazione, tre millisecondi con google e trova l’articolo sul corriere online. Lo si legge e lo si commenta in classe. Niente compito a casa! Che gli puoi contestare? Hanno svolto quanto richiesto, no?

Nel mentre colui che si fece passare il quaderno del Nonciclopedico era assorto nella lettura, chiosando ad alta voce ogni tot “Prof lo dobbiamo leggere per forza alla fine! Prof è uno spettacolo!”

Un terzo alunno si rende conto di avere anche lui stampato non Wikipedia ma la Nonciclopedia e lo dice pubblicamente poi, voltandosi verso il Nonciclopedico del quaderno lo apostrofa “Io l’ho stampato senza guardare che stampavo, lo ammetto. Ma tu “sippropriuciotu” …l’hai copiata sul quaderno e non ti sei accorto??”

Un altro suggerisce a tutti, prof comprese, la lettura della voce nonciclopedica dedicata a Potenza e ai Potentini. Voce ovviamente conosciuta da tutti, prof comprese. Che vi pare?

Sfumando l’ora, verso il suono della campanella.

Alla fine vennero anche letti i pellerossa, quelli che “si dividevano in Pellerossa buoni e Pellerossa cattivi. Si distinguevano gli uni dagli altri perché i primi erano i primi a morire, spesso uccisi dai Pellerossa cattivi, i quali finivano sempre quasi per vincere, ma alla fine perdevano a causa dell’arrivo dei nostri…ecc. ecc.”

Alla fine dell’ora di storia, non solo abbiamo fatto storia. Si è discusso sulla verifica delle fonti concordando che non basta copia/incollare e stampare da internet  perchè il materiale va guardato e verificato. Si è utilizzato internet dal telefonino per trovare l’approfondimento che serviva (e suvvia passi che non si usano i telefonini in classe, tanto li usano lo stesso e vanno su Facebook). Studenti e prof hanno parlato la stessa lingua senza divari generazionali e digitali.

Poi dici far didattica con le tecnologie.

Soprattutto, ci siam fatti 4 risate. Con buona pace dei pellerossa buoni e cattivi. Augh.

Disequazioni for Dummies

Ma chi me lo doveva dire? A sottotitolo di questo post.

Mi perdonino i matematici, gli ingegneri, coloro i quali – già vi vedo – storceranno la bocca, si morderanno il labbro, pronti a urlare  “Noooooooo, sacrilegio”.  State buoni, l’obiettivo lo dichiaro subito:  mi tocca spiegare come se avessero 8 anni, possibilmente rendere meccanico qualcosa di logico, possibilmente mettere in condizione  i miei “diversamenteclienti” di risolverne qualcuna semplice semplice. Non di svolgerle al 100% sapendo esattamente dove si va a parare e cosa, matematicamente parlando, riserverà loro il futuro.

Mi son già, precedentemente, arrovellata creativamente a spiegare le equazioni di primo grado, palla al centro e ci riuscimmo.

Metodo impeccabile valido tutt’oggi che affrontiamo la maggior complessità di quelle di secondo grado, tanto che oramai è curiosità pura per il mio cliente n. 1:  “Se c’è 2 sopra la X abbiamo 2 soluzioni” (perdonatemi perdonatemi perdonatemi questo spiegare con linguaggio non appropriato alla disciplina), la testolina mi dice “allora io metto 3 sopra e ne voglio 3 di soluzioni, le voglio fare difficili” ed io a riprenderlo che no, già son complesse queste col 2 sopra, c’è ancora il Delta da affrontare creativamente, per tornare nei ranghi.

Se il pensiero astratto è carente, se cognitivamente ci sono dei limiti, in qualche modo gli ostacoli vanno aggirati. E anche il Delta sarà nostro amico, promesso!

Ma tu non insegnavi inglese una volta, si chiederanno i miei 10 lettori.

Certo, la classe di concorso è quella, grazie all’abilitazione sto sul lato della medaglia chiamato “Sostegno”, in teoria il mio ambito è quello Linguistico, in pratica la realtà ti porta ad esperienze didattiche che variano caso per caso e non hai materialmente il tempo e il modo di scusarti e dire “Ah no, matematica non mi compete” se la programmazione differenziata prevede che si agisca anche su quelle piccole competenze cognitive, per potenziarle, quando presenti. Quindi: “Ah si, matematica, anche, mi compete”. (Menomale che ho fatto lo scientifico, menomale che ho fatto lo scientifico, menomale che ho fatto lo scientifico…è diventato il mio mantra.)

Con il cliente n. 2 (caso cognitivamente e fisicamente diversissimo dall’altro, per alcuni tratti in negativo, per altri molto meno) siamo giunti alle disequazioni. Siamo più avanti col programma, si direbbe in gergo.

Nulla di creativo qui, per ora. Che ci può essere di creativo in un Delta che una volta è maggiore di zero, una volta è uguale e una volta è minore. I casi sono quelli. La parabola tocca in due punti, oppure in uno solo, oppure non tocca mai. La parabola sta sempre sopra, perchè c’è il trucchetto per ritornare ad avere “a” maggiore di zero. La parabola, dopotutto,  è spiegare un concetto difficile con uno più semplice e magari dare un insegnamento morale.E l’insegnamento morale, nel nostro caso, è : “Dai che ce la possiamo fare, testolina!”

Insomma lo specchietto della spiegazione della risoluzione delle disequazioni, come lo fai, lo fai, queste cose deve contenere.

Solo che, l’obiettivo è sempre quello:  spiegartelo come se avessi 8 anni, possibilmente renderti meccanico qualcosa di logico, possibilmente metterti in condizione di risolverne qualcuna semplice semplice. Non di svolgerle al 100% sapendo esattamente dove si va a parare.

Obiettivo minimo si chiama. Anzi no, hanno cambiato la dicitura, adesso parliamo di raggiungimento dei livelli minimi di sufficienza. Mio compito è inventarmi qualunque metodologia per farteli raggiungere o almeno poter dire “Ci abbiamo provato”.

Ho sempre la creatività dalla mia e le mie penne colorate, no?

L’ennesimo specchietto con la spiegazione delle Disequazioni contiene tutto quello che devi sapere. L’ennesimo specchietto, frutto del lavoro e della pazienza che neanche al liceo quando toccava a me essere interrogata su queste cose. Le disequazioni for Dummies.

Le disequazioni in PDF direttamente dal quaderno all’iphone, passando per l’applicazione ScannerPro (Link AppStore) che, dopo questa laboriosa e colorata elaborazione,  mi meritavo sia il momento geek “Ma quanto è figa la profe con l’iphone”,  sia la conservazione del capolavoro per il successivo ri-uso col cliente n. 2. Che, secondo voi, mi rimetto a riscrivere il tutto un’altra volta, quando servirà? Seee… i learning object vanno riutilizzati. Adattati, magari, ma riutilizzati sempre!

Le Disequazioni for Dummies:

Disequazioni

Anche l’ingegner husband ha approvato ed applaudito. Ma chi me lo doveva dire?