Internet è un territorio

“Internet n’abolit pas les limites géographiques traditionnelles, ne dissout pas les identités culturelles, n’aplanit pas les différences linguistiques: il les consacre”.

Internet non ha abolito i confini tradizionali, anzi li ha consacrati!

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“Car même si nous avons accès aux contenus du monde entier depuis nos ordinateurs et nos smartphones, internet reste très local dans ses usages et s’adapte aux réalités de chaque espace. Il y a des plateformes globalisées, mais peu de contenus. Il n’y a pas d’”internet global” – et il n’y en aura jamais. Loin d’un mondialisme sans frontières, la transition numérique n’est pas une homogénéisation. L’uniformisation culturelle et linguistique ne doit pas être redoutée. La révolution numérique apparaît, au contraire, comme une territorialisation et une fragmentation: internet, c’est un territoire.”

Frédéric Martel – Mainstream

Internet é un territorio.
Abbiamo accesso al mondo intero e allo stesso tempo rafforziamo soprattutto il legame con il locale, con il nostro territorio, con la nostra lingua.

Con il mondo intero sempre a disposizione. Utile rifletterci su.

Quanti passi servono?

Camminare.
Riprendere a.
Una voglia immensa di.
Camminare.
Scrivere.
Più voglia di camminare.
A passo spedito, a testa alta.
Camminare.
A passo lento, a passo veloce, a passo cittadino.
Al passo che scelgo io.
Il mio passo.
L’autonomia.
Dire “Vado” e andarci.
Dire “Me ne vado” e andarsene.
Camminare.
Pensare “Torno” e rientrare.
“Andiamo là” e poi cambiare idea.
Deciderlo, farlo.
Smettere di contare quanti passi servono.
Quanta fatica, quanto tempo in più.
Non dover chiedere “Mi accompagni”.
E nemmeno “Aspettami”.

Semplicemente: andare.
Magari insieme. E camminare!

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N.B. Non che mi sia fermata mai, in questo mese, nonostante il #mignolinorotto.
Rallentare comunque, ogni tanto, fa anche bene…
;)

Ora ve li buco i messaggi multipli su Facebook!

2014 cominciato esattamente come è finito il 2013 per quanto riguarda i messaggi privati di Facebook. Rimane l’abitudine, per tanti, troppi oramai, di abusare dello strumento.

Come? Con i messaggi privati multipli, indirizzati a 100 contatti tutti insieme. Fortunatamente c’è un limite almeno nel numero.

Si può solo uscire dalle conversazioni, purtroppo, dopo che qualcuno ci ha inserito e dopo che cominciamo a ricevere il fiume della conversazione in atto. Si, si potrebbe anche decidere da chi farci inviare messaggi privati su Facebook, lasciando la possibilità solo agli amici.

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Stamattina sono stata svegliata proprio dal suono ripetuto delle notifiche del Messenger (all’unisono poi su iPhone e Ipad). Sarà successo qualcosa, ho pensato.

E no, non ditemi che è il prezzo da pagare per avere tanti “amici” sui social, la conversazione multipla. Non lo è.

I messaggi privati, sono privati. Magari a piccoli gruppi, se il tema è comune (organizzare una pizza, darsi appuntamento per qualcosa, coordinarsi). I messaggi privati collettivi, con persone sconosciute, non sono più privati, tanto vale utilizzare la bacheca + il tag alle persone.

Educhiamoci tutti a monte: prima di mandare un messaggio privato a 100 persone (che siano gli auguri di natale, della befana o l’invito a votare Renzi o chi so io o il gioco stupido con cui si pensa di contribuire alla prevenzione del cancro al seno….) chiediamoci quanto stiamo invadendo la privacy della gente e quanto risultiamo inutili.

Chiediamocelo e prima di cliccare invio, dopo aver aggiunto i 100 contatti, proviamo anche a risponderci. Una volta lo avremmo chiamato semplicemente spam.

Invasione di privacy perché si mettono in una chat di gruppo anche sconosciuti fra loro che non è detto condividano lo stesso tema del messaggio.

Infatti poi cosa accade? Cominciano le risposte “ok” “grazie” “ciao” e anche i “toglietemi dal gruppo” ecc . Il delirio.

La privacy perché tutto ciò si traduce nell’invasione del proprio cell/tablet sui quali la app Messenger con solerzia segnala ogni notifica di messaggio privato.

Come abbiamo le notifiche sms, mail, whatsapp ecc. abbiamo anche queste e sono per il contatto privato, personale, importante, rapido. Perchè Twitter prima, Facebook poi, li avrebbero chiamati Messaggi Diretti o Messaggi Privati?

Nessuno ci autorizza a invadere gli spazi privati altrui se non è importante. Nessuno ci autorizza a mandare pacchi di informazione inutile ai nostri contatti. Nessuno ci autorizza ad abusare di questi canali social per attirare attenzione. Non parliamo del consumo dati + batteria, quando nostro malgrado siamo bersaglio di questa messaggistica.

Per i messaggi multipli che sono così pubblici, bacheca + tag. Esci dalla conversazione è una ulteriore perdita di tempo ogni volta che vorrei evitare, almeno io.

È questione, al solito, di educarci agli strumenti social e al loro uso.
Non è un caso che la maggior parte di noi clicchi immediatamente su “Esci dalla conversazione”.
Basta scorrere questo tipo di conversazioni multiple, le uscite sono visibili a tutti, man mano che avvengono, fanno parte integrante della chat.

Quindi i messaggi multipli sono inutili.

Nell’ecologia della comunicazione social di tutti, fare attenzione a ciò che facciamo, come lo facciamo, attraverso quale canale e, soprattutto con quale obiettivo, diventa sempre più importante.

Siamo invasi da informazioni di ogni genere, fortunatamente possiamo sempre scegliere a cosa prestare attenzione. Quando si entra a gamba tesa nei canali privati e diretti, riusciamo a prestare attenzione anche alle persone e calibrare quanto scriviamo loro?

Attenzione alle persone, attenzione alla relazione, attenzione alla comunicazione, attenzione al messaggio, attenzione a non sprecare e far sprecare tempo, attenzione alle cose importanti.

Al prossimo messaggio multiplo su Facebook, inutile, prima di uscire dalla conversazione, copieró e incolleró questo post.

Leggere di più, leggere meglio

Tra i propositi per il nuovo anno, leggere di più, leggere meglio.

Ho appena cominciato.

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Carta o e-book non fa differenza.
Il Kobo touch mi accompagna, sempre in borsa. Da quando ce l’ho, leggo ovviamente di più, perché leggo ovunque. Pesa meno dell’ipad, pieno comunque di e-Book e utile alle mie pratiche di lettura.

Compro sempre qualcosa, entrando in libreria. Compro pagine di carta anche quando compro online ed è disponibile l’e-book. Compro e-book, oppure, li cerco, e in qualche modo li “trovo” grazie alla rete.

Preoccupante, piuttosto, che nel 2013, 6 italiani su 10 non abbiano proprio letto nulla.
Una famiglia su 10 non possiede libri in casa (e sicuramente il loro tablet non ne contiene nemmeno, non tiriamo fuori la scusa della tecnologia e del cambiamento).

I lettori forti, in Italia, sono quelli che leggono un libro al mese.

Io, invece, rimpiango d’aver letto molto meno negli ultimi 4 mesi del 2013, nei quali il tempo è volato per altro. Mi rifaccio presto.

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Cioè rimpiango di esser passata da 99 libri letti nel 2012 a una sessantina nel 2013…pensate.

Cosa ho letto nel 2013? Gli argomenti più disparati, apparentemente senza filo conduttore (la mia libreria, metodicamente aggiornata in maniera social http://www.anobii.com/catepol/books).

Alcuni tra questi libri, sono semplicemente capitati nelle mie mani al momento giusto. Anche nella lettura la serendipity è sovrana. Altri li ho voluti leggere, altri, semplicemente, hanno risposto alla domanda “che mi posso leggere oggi?”

Aperto il Kobo, sfogliato quanto in precedenza caricato, trovato titolo e via.

Ho “decine” di libri nel Kobo e sull’ipad e continuo ad aggiungere titoli in memoria.
Ho una ventina di libri sul comodino.
Comincio ad avere decine di libri nella whishlist, quelli che vorrei leggere.
Non so se mai leggerò tutto quello che vorrei leggere (o anche quello che semplicemente dovrei, per lavoro o per interesse specifico).

La cosa mi diverte e mi sfida. Leggere è un piacere che mi porto dietro da piccolissima.
Il mio 2014 ricomincia proprio da qua.

Ah, e anche dal blog. Ci provo.

#catenewyear i miei social auguri

Auguri a quelli che gli hashtag, auguri a quelli senza hashtag (se il cancelletto fosse un attributo, non sarebbe da tutti).

Auguri a quelli che ci mettono la faccia. Hanno spalle abbastanza grandi.
Auguri a quelli che la faccia non ce l’hanno.

Auguri a quelli che non si prendono troppo sul serio.
Auguri a quelli che pensan d’essere seri e invece…

Auguri a chi è capace di mettersi e rimettersi in gioco ogni giorno.
Auguri a chi non gioca mai.

Auguri a quelli che ti parlano guardandoti negli occhi.
Auguri a chi gli occhi invece non li alza mai.

Auguri a chi sa usare sempre le parole giuste, a chi almeno ci prova.
Auguri anche a chi invece “sono solo parole”.

Auguri a chi sa fermarsi a respirare e riflettere su quanto accade.
Auguri a chi non respira mai.

Auguri a chi sa cambiare programma perché la vita non è scontata.
Auguri a chi non cambia e non fa sconti mai.

Auguri a chi sorride di sorrisi sinceri, a chi di sorrisi di cortesia.
Auguri a chi sorride comunque e a chi non sorride mai.

Auguri a chi sui social è sempre se stesso.
Auguri a chi non è sociale nè se stesso ma va bene uguale. Per loro.

Auguri a chi impara dagli altri e dalle situazioni sempre qualcosa.
Auguri a chi non imparerà mai.

Auguri a chi parte con bagaglio essenziale e poi se la sa cavare.
Auguri a chi fa valigie pesanti e poi non parte mai.

Auguri a te che hai fatto parte di questo lungo anno che finisce.
Auguri a te che hai finito di farne parte.

2014. Auguri. Social auguri.
Buon anno a tutti.
Si ricomincia da qua.

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Poi su Twitter accade che…

Nella storia di #iostoconcaterina su Twitter, tra le discussioni pro e contro, tra gli insulti, tra i millemila tweet che riguardano la storia di Caterina Simonsen, ad un certo punto ricevo questo…

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Ovviamente rispondo che non sono io. Mi scappa un sorriso.

Mi scappa, però, anche una riflessione su Twitter e il suo flusso continuo, incessante, di informazioni, notizie, opinioni, cazzeggio, tweet e retweet nel quale ogni giorno, io come tanti, siamo immersi.

Difficile leggere tutto, difficile tenere le fila, per chi non mastica troppo lo strumento difficile uscire dalla logica io messaggio te tu messaggi me.

Difficile per chi lo mastica troppo, invece, Twitter, spiegare che tutto scorre e che il bello di Twitter è proprio quello di far scorrere un racconto in tempo reale che poi in tempo reale veramente non è.

Come quando guardiamo un fiume che scorre e l’acqua non è mai la stessa, quindi il fiume non è mai lo stesso, anche un minuto dopo. Twitter è così. Tutto scorre a velocità impressionante.
Già al tweet successivo stiamo sicuramente parlando d’altro, linkando un articolo che la serendipity ci ha fatto trovare, rispondendo a un amico, replicando a perfetti sconosciuti e così via, retwittando la frase ironica del momento, partecipando alla narrazione di un hashtag, qualunque esso sia.

Solo perchè ci va. Liberi pensieri, in libertà.

Twitter non è mai lo stesso, un tweet da solo non è mai contestualizzato, anche se lo fosse, al tweet successivo è già altro, defluito altrove come i pensieri, in libertà.

Nell’hashtag c’è Caterina, io mi chiamo Caterina, tra il fiume di tweet della storia me ne tocca anche uno, chi sa per quale strana associazione.

Come quando mi dicono “ho letto quella cosa che hai scritto l’altro giorno su Twitter”.
E io non so di cosa parliamo.
Quale? Il fiume, da l’altro giorno, sai quanta acqua ha fatto scorrere?

In 60000 tweet dal 2006 sai quante cose twitto, contestualizzami.
Che poi anche contestualizzando, contestualizzerai secondo te, non secondo me che in quel minuto twittavo 140 caratteri, magari con tanto di faccina, autoironia e chi sa cos’altro, nel grande racconto della rete che scorre e scorre. Nel grande neverending present continous dove infiliamo il racconto di istanti, le foto di momenti, le battute, gli aforismi, le nostre riflessioni, gli sfoghi, le emozioni, le parole o le risorse che vogliamo condividere col mondo.

E le faccine. Ringrazio chi le ha inventate. Spesso unico segno grafico che segnala “Ehy, qui si scherza, si ironizza, ci si diverte…” oppure il contrario, basta cambiare la parentesi.

Insomma Twitter. Pare vi stiano migrando da Facebook gli adolescenti (almeno quelli americani e inglesi) proprio per via dell’immediatezza e del flusso che scorre più rapidamente agli occhi dei genitori rispetto a Facebook, dove gli adulti sono arrivati in massa proprio per controllare i loro pargoletti. Meglio ancora whatsapp, più privato. Ultima moda Snapchat, i cui messaggi spariscono proprio dopo la visualizzazione.

Insomma evviva il flusso che scorre. Il bello di Twitter è questo, lo dicevo già qualche anno fa.

Panta Rei. Panta Twitter.

Di Presidenti e letterine che viaggiano su Facebook

Fatto (in generale): un comunicato, anzi una lettera aperta, da un Presidente di Regione al Presidente del Consiglio, oltre che dai canali ufficiali, diretti e politici, oltre che dai comunicati inviati alla stampa, alle tv e all’informazione online locale e non, passa anche per Facebook.

Cosa c’è di strano? Nulla.

Nel 2013, anzi a inizio 2014, nulla. È il contrario che dovrebbe preoccuparci, è l’assenza dei canali social dalle dinamiche comunicative che dovrebbe impensierirci.

La Pagina del Presidente di Regione è il canale ufficiale di comunicazione disintermediata.
Seguita, letta, condivisa, commentata in maniera aperta, anche da chi non è allineato e schierato dalla stessa parte. Usata quasi quotidianamente, la pagina racconta, coinvolge, chiama alla riflessione e a volte anche all’azione. I numeri della pagina in questione parlano. Si raggiunge una bella fetta di cittadini, una buona visibilità esterna.

Facebook permette di taggare (cioè segnalare al destinatario della missiva che “hey, sto parlando con te, ti chiedo attenzione, altrimenti non sapresti che ti ho scritto”). Basta una @ e il nome.
Facebook permette, con molta trasparenza, anche ai cittadini, di leggere cosa un Presidente di Regione scrive al Presidente del Consiglio e, soprattutto, di commentare, diffondere, esprimere la propria opinione. E, si, certo, di saperlo anche prima di comprare il giornale in edicola il mattino dopo.

Così come Twitter. Canale che permette in 140 caratteri di mandare un messaggio e taggare (ebbene si, anche su Twitter si dice così, basta una @ e il nome utente). Nominare qualcuno in un tweet equivale sempre a dire “hey, parlo con te, leggi qua, altrimenti nel flusso questa cosa te la perdi”.

Nel linguaggio dei due socia media (Facebook e Twitter) è normale, quindi, segnalare con il tagging qualcosa a qualcuno. Nello specifico, il Presidente di Regione che scrive “anche” via Facebook e Twitter al Presidente del Consiglio, taggandolo, sta semplicemente usando il codice giusto, quello proprio dei due strumenti.

Che poi chieda ai suoi “followers” di fare da megafono della missiva, condividendo a loro volta, su Facebook e su Twitter, taggando a loro volta il Presidente del Consiglio, fa ancora parte del codice dei due strumenti, delle modalità di lettura e di dialogo.

Allargare la portata della lettera aperta, grazie a chi legge e condivide a sua volta, e arrivare al destinatario da più fronti. Ad ogni tag o mention, infatti, corrisponde una notifica al diretto interessato. O meglio, stiamo anche un po’ con i piedi per terra, una notifica allo staff social del diretto interessato (che comunque ha avuto la lettera dai canali ufficiali e tradizionali).

O qualcuno veramente pensa che il Presidente del Consiglio stia là, magari dal suo iPad, ad aggiornare il suo Twitter e la sua pagina Facebook? (così come quasi tutte le figure pubbliche)

Dal fatto generale, ai reali protagonisti, da cui prendo spunto per scrivere queste riflessioni.

Protagonisti: il Presidente neoeletto della Regione Basilicata, Marcello Pittella e la sua richiesta, per canali ufficiali in primis e poi anche via social, dello stato di calamità per le zone danneggiate dall’alluvione, al Premier Enrico Letta.

Per me è abbastanza ovvio che la “letterina” non sia stata scritta solo su Facebook.
Che Facebook e Twitter siano solo altri canali per arrivare non a Letta ma alla gente, lucana e non, per tenere ancora alta l’attenzione sull’alluvione e sui territori danneggiati.

È abbastanza ovvio.

Poi compri un giornale (a cui è arrivato il regolare comunicato stampa della lettera di cui sopra, che non ha sicuramente scoperto la lettera su Facebook) e leggi cose che ti fanno riflettere sulla percezione falsata che c’è della comunicazione – politica o meno – che utilizza i social e la rete per veicolare informazioni, con codici diversi e a contesti non immediatamente comprensibili, se non li si frequenta (cosa che invece la gente comune oramai fa, comunque).

Leggo e sorrido su quanto segue, riporto alcuni estratti dell’articolo.
Un post su Facebook, la lettera in questione, descritta come la letterina di Natale che, con le nuove tecnologie, diventa di facile invio per tutti.
Modo diretto di comunicare per i mortali.
Nel terzo millennio basta un click per leggere le dichiarazioni del Presidente.
La caduta dei miti se i carteggi tra un Governatore e un Premier avvengono via Facebook.
Per “disvelare” al cittadino semplice, così che tutto diventa meno misterioso e formale.
Tutto così semplice, lo scrivere su una bacheca Facebook.
Il cittadino “normale” che potrebbe obiettare: a scrivere una lettera al premier su Facebook potevo pensarci anche io, quindi a che serve la Regione?

“Fa specie, comunque, che tra premier e presidenti ci si parli attraverso un social network.”

“Basta un click, un post sulla pagina del presidente di turno, per risolvere qualsiasi problema.”

“Facebook batte tutto e tutti.”

Facebook come pozzo di San Patrizio, dove chiedere e imbustare le proprie doglianze, a portata di mouse.

“Ma il premier ha il tempo di leggere Facebook?”

Nell’articolo si legge infine che non si crede che la politica e l’amministrazione “abbiano più o meno credibilità in base alla quantità di mi piace”.

Pagina seguente, stesso giornale (La Nuova del Sud, Basilicata, pagg. 3/4 del 27 dicembre 2013).

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Non mi tolgo dalla mente l’immagine del Presidente Pittella che, brandendo un mouse, scrive su Facebook la letterina di Natale a Letta. L’immaginario collettivo è servito, il Gladiatore da oggi diventa il Gladiatore col mouse.

Così come continuo a sorridere sui luoghi comuni utilizzati e, ripeto, sulla percezione falsata di queste nuove tecnologie che nuove non sono.

Twitter esiste dal 2006, Facebook da poco dopo, su Facebook siamo circa 20 milioni di italiani, non una manipolo di “maghi del computer”. Per essere novità son datate abbastanza.

Percezione errata di questi social network, che non sono roba da ragazzini ma normali estensioni relazionali di ognuno di noi, anche, a maggior ragione, di chi ha un ruolo pubblico per il quale il dialogo con i cittadini oramai avviene anche attraverso telefonini, messaggi, tweet, post su Facebook, commenti, messaggi privati ecc.

E no, non è vero che il nipote 15enne puó gestire la pagina o il profilo Facebook/Twitter di un politico, di una PA, di un ente, tanto “che ce vó??”

E no, i mi piace non risolvono problemi.
E no, non è facile, non basta un click o un post su Facebook.

C’è una strategia di comunicazione che utilizza e integra i canali dei social media nel dialogo istituzionale, politico, con l’informazione tradizionale. Anche perché, quando si improvvisa, invece, pensando “che ce vó??” puntualmente si sbaglia.

È qualcosa che spiazza, la comunicazione “anche” attraverso i social. Qualcosa con cui, comunque, dobbiamo imparare, tutti, semplicemente a convivere.

O a farsi spiegare come funziona, quando se ne sa poco.

The elephant and the fly

A disciple and his teacher were walking through the forest. The disciple was disturbed by the fact that his mind was in constant unrest.

He asked his teacher: “Why most people’s minds are restless, and only a few possess a calm mind? What can one do to still the mind?”

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The teacher looked at the disciple, smiled and said: “I will tell you a story. An elephant was standing and picking leaves from a tree. A small fly came, flying and buzzing near his ear. The elephant waved it away with his long ears. Then the fly came again, and the elephant waved it away once more.”

This was repeated several times. Then the elephant asked the fly: “Why are you so restless and noisy? Why can’t you stay for a while in one place?”

The fly answered: “I am attracted to whatever I see, hear or smell. My five senses, and everything that happens around me, pull me constantly in all directions, and I cannot resist them. What is your secret? How can you stay so calm and still?”

The elephant stopped eating and said: “My five senses do not rule my attention. I am in control of my attention, and I can direct it wherever I want. This helps me to get immersed in whatever I do, and therefore, keep my mind focused and calm. Now that I am eating, I am completely immersed in eating. In this way, I can enjoy my food and chew it better. I control my attention, and not the other way around, and this helps me stay peaceful.”

Upon hearing these words, the disciple’s eyes opened wide, and a smile appeared on his face. He looked at his teacher and said: “I understand! My mind will be in constant unrest, if my five senses, and whatever is happening in the world around me are in control of it. On the other hand, if I am in command of my five senses, able to disregard sense impressions, my mind would become calm, and I will be able to disregard its restlessness.”

“Yes, that’s right,” answered the teacher,” The mind is restless and goes wherever the attention is. Control your attention, and you control your mind.”

~ Remez Sasson

Ricordiamoci che Twitter non è tutto il mondo…

“Only a minority of people are on Twitter, and only a fraction of them are active. The people you follow (your Twitter stream) is only a partial version of Twitter overall. And the people on Twitter do not represent the wider population (they tend to be younger, richer, more liberal). We have the potential to pick up on interesting trends and reach a vast and even diverse audience through Twitter, but never assume that it reflects the wider real world. ’Twitter’ never ‘says’ something. Let alone, ‘People think’ via Twitter. It is always ‘someone [or 'some people'] on Twitter says something’.”

via http://blogs.lse.ac.uk/polis/2013/11/27/twitter-5-dangers-for-journalists/

Gli utenti Twitter sono una minoranza, in assoluto, in Italia ancora meno, in Basilicata poi, siamo 4 gatti a cinguettare.
Solo una parte di questa minoranza cinguettante, è realmente attiva su Twitter.
Molti sono iscritti a Twitter e non vanno oltre l’aggiornamento notizie o seguire personaggi pubblici e famosi.
Solo una parte degli utenti attivi, ha capito bene come si usa Twitter. Molti vanno a tentativi.
Le persone che seguiamo (il flusso di Twitter che vediamo scorrere davanti ai nostri occhi) è solo una versione parziale di quanto accade su Twitter a livello più generale.
La versione parziale che ci siamo anche scelti di seguire.
Le persone su Twitter non rappresentano la popolazione in generale e nemmeno nel dettaglio. Tendiamo tutti ad essere più giovani, più ricchi, più liberali, più belli, più fotogenici, più smart, più ironici, più incontrollati, più presenzialisti, più partecipi.
Tanto è gratis. Tanto è Twitter.

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Potenzialmente, grazie a temi e hashtag, tweet e retweet, possiamo far crescere l’attenzione su tendenze interessanti e raggiungere un pubblico molto più vasto, eterogeneo, (g)locale, nazionale (trasmissioni TV, radio ecc. ad esempio).
A volte ci riusciamo anche: abbiamo portato #regionalibas e #portamateranel2019 nei Trending Topics di Twitter, e siamo davvero “4 gatti cinguettanti” in Basilicata!
Che, però, si son accordati a farlo in un caso o, semplicemente, parlavano tutti di un argomento, nell’altro.
Se poi partecipano al gioco alcuni utenti con un discreto numero di followers, è ancora più facile.
Tutto questo però non solo non è mai scontato, soprattutto continuerà a non rispecchiare veramente il mondo reale, i fatti come accadono (e non solo come sono pensati dagli utenti attivi di Twitter), gli argomenti di discussione più importanti. Delle tendenze, forse. Delle tendenze di gruppi più o meno piccoli, comunque.

La diffusione di Twitter in Italia, per capirci:

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‘Twitter’ da solo non ‘dice’ mai qualcosa. L’ho letto su Twtter, su Twitter si dice che, su Twitter fa tendenza questo, su Twitter non si parla d’altro…
E’ sempre una minoranza a cinguettare.
Ne parlano su Twitter, poi, non si può sentire.
Su Twitter, ‘La gente pensa che’ non è uno spaccato valido della realtà. Qualunque essa sia.
Vi aggiungo: è facilmente manipolabile. Ne scrivevo 2 anni fa
E’ gratis aprire profili Twitter, è gratis organizzare gruppi che retwittano a raffica, è gratis.
Si possono invece acquistare i followers, lo sappiamo. Per dire: “Io ce l’ho più…seguito”
E’ ‘sempre’ qualcuno in particolare [o al massimo «alcune persone»] su Twitter a dire qualcosa.
Non è Twitter.

Evviva sempre Twitter, per quanto mi riguarda.
Ho appena compiuto 7 anni di Twitter, e non lo lascerei mai.
E’ bello vedere che sempre più utenti lo utilizzano e che molti sappiano cosa sia Twitter.
E’ bello parlarne nel quotidiano.
Non prendetelo troppo sul serio, il fenomeno Twitter, però!

PS la mia sempre valida guida a Twitter e le mie slide “Ora ti spiego Twitter” sono a vostra disposizione. Buon Twitter!

Le donne di qua, le donne di là, il rispetto la parità e bla bla bla…

Le donne di qua, le donne di là, il rispetto la parità e bla bla bla.

Non c’è nulla da combattere. Semplicemente è normale essere uomini, essere donne, relazionarsi, confrontarsi alla pari. Non per tutti. Non avremmo bisogno di una giornata di sensibilizzazione dell’opinione pubblica contro la violenza, ogni tipo di violenza, sulle donne.

Non avremmo bisogno di andare in giro con scarpette rosse o con qualcosa di rosso oggi.

La definizione di violenza: “un’azione molto intensa che reca danno grave a una o più persone e compiuta da una o più persone che operano sinergicamente…La violenza, quindi, non necessariamente implica un danno fisico.” (wikipedia)

Di questa violenza apparentemente senza danni, ho già scritto, tempo fa.

Qualcosa che può essere impercettibile, ma che sempre “violenza” rimane, in questa accezione.
Subdola, ma radicata. Fatta di parole, gesti, cultura maschiocentrica.
Lo nota l’occhio della donna, se ha allenato il suo occhio a notarlo.
E lo nota l’uomo sensibile in alcuni comportamenti consolidati dei suoi simili. Lo nota chi vive le differenze di genere come arricchimento reciproco, in qualunque contesto e non come sfida a detenere la superiorità.

Chi percepisce di NON essere più l’essere superiore perchè l’essere superiore NON ESISTE, reagisce con violenza. Non ha altri modi.

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Una violenza spesso subdola contro la donna, perchè donna, anche in contesti che non t’aspetti, in contesti che dovrebbero essere neutrali come la parte abitata della rete, sui social o, peggio, nei luoghi di lavoro.

E c’è disparità di comportamento in una stessa situazione, a seconda che l’antagonista sia uomo o donna.
E c’è mobbing sottile, stalking impercettibile, in situazioni dove non dovrebbero. Dove a ben guardare non ci sono nè botte nè sangue, solo parole o, in rete, magari immagini, punti di vista, condivisioni, battute ecc.

Parole dette a voce, o non dette, dette direttamente oppure pronunciate solo quando si è tra uomini. Parole scritte in rete, su un social pubblico, con la volontà precisa di essere condivise. Di riderci su o di dimostrare l’essere SUPERIORE. Di dire qualcosa a qualcuno. Di dimostrare. Di dimostrare che cosa?

Parole che, se scritte in rete, restano.
Anche se le cancelli oppure, messo a conoscenza del fatto che la donna a cui erano rivolte sa, dopo ti giustifichi con un “Non volevo”, si scherzava fra noi.

No, non si scherzava. La tua libertà finisce dove inizia la mia. Non puoi permetterti di dire si scherzava quando ti scagli contro dicendo o scrivendo: “Che vuole questa?”.
Anche se lo fai sorridendo, anche se non te ne accorgi, ti si legge negli occhi il “Che vuole questa?”
Anche se “Ma io non volevo dire…”

Perchè contro un uomo, non lo fai. In situazione analoga, identico argomento, consesso però di uomini, la reazione non è la stessa.

E, lo so, ti sembra io esageri, chiamando tutto ciò: violenza.

A ben leggere succede a tante. Solo perchè donne, gli uomini si sentono autorizzati a comunicare da “esseri superiori”. A dimostrare che, nonostante la parità di condizioni, nella quotidianità, su un social network come tra i commenti di un blog, loro sono uomini. E tu, donna, come ti permetti?

Si, tu, donna, come ti permetti? Da dove sei uscita? Cosa vuoi da noi?

E tu donna, si vabbè, il rispetto reciproco, la libertà di espressione (ovviamente nei limiti del buon gusto, della decenza e della moralità della libertà altrui) ma se hai una maglia scollata oppure posti una tua foto a corredo di quello che dici, noi ti si guarda e commenta le tette, non importa quello che volevi dire.

Venitecelo a dire in faccia quello che pensate di noi, guardandoci negli occhi. Adducendo motivazioni adeguate. Spiegate a me, a tutti, uomini e donne all’ascolto, che il fastidio principale è perché siamo donne.

Non nascondiamoci, però, dietro il dito.

Sappi solo, piccolo uomo, che se sei “violento” contro di me o contro un’altra donna con me hai chiuso. IGNORE. HIDE. Se ti ignoro, dimentico e non ti odio. E l’odio è un sentimento, è violenza.
Io violenta non sono. E di provar qualcosa per te, piccolo uomo che non hai il coraggio di dirmi in faccia quello che pensi o che mi leggi in rete e ti scagli contro, sinceramente non ne ho nè tempo nè voglia.

Scritto in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne, 25 novembre 2009.
Ripreso oggi in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne, 25 novembre 2013.

Di presenza su web, flussi, disegnini…

A proposito di presenza sul web. La mia, ovvio.
Fa un anno in questi giorni il rallentamento del blog (non l’ho chiuso ma ho postato poco e non troppo spesso, diciamolo). Un blog che ha 10 anni di vita.

Direi che è ora di riprendere le fila e di ricominciare a scrivere, quando mi va, come mi va, per chi ha piacere di leggere.

Temi sempre quelli: scuola, quella reale tra i banchi, quella digitale, annessi e connessi. Educazione, didattica, social network, uso consapevole del web, strumenti e tool utili per comunicare e abitare il web sociale, Facebook, Twitter, Instagram & co. Quello che faccio in giro, quello che leggo, quello che assorbo e che appunto qui, utile a me, utile anche ad altri.

Temi anche nuovi, a seconda di quello che succederà.

Mia presenza sui social vari: massiccia come sempre.
Solo un po’ diversa, meno me, più condivisione. Questo già da un po’, per chi se ne è accorto.

Voglia di “imparare” sempre e comunque.

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Stavo facendomi un disegnino sulla Moleskine, a penna.
Una volta avrei messo il blog al centro di tutto. Adesso c’è Twitter e poi Facebook.
Ragionavo sui flussi. Cosa voglio comunicare e a chi. Come vi raggiungo. Come non doppiare.

Segue post dettagliato, a mo’ di guida allo sharing.

Solo a elencare a me stessa come devono funzionare questo blog, Twitter, Facebook, Instagram, Tumblr, Foursquare, Feedly, Zite, Pocket, Pinterest, Youtube, Slideshare ecc. (ah si, Google+ volendo) con l’aiuto di alcuni tool (IFTTT, Advanced Tweet, Selective Tweets…) mi stanno venendo un po’ di idee.

Solo a riflettere di come è cambiato il social web in questi ultimi anni, per noi che ci stavamo da prima, c’è tanto da scrivere.

Stay tuned. Catepol is back. (non me ne sono mai andata, in effetti…lo scrivo per me)

La scuola 2.0 vista proprio dal basso…

Anno Domini 2013.

Le prove Invalsi viaggiano su Twitter (clicca #invalsi per credere).
Però i ragazzi/e si passano le foto delle domande via Whatsapp o su Facebook. Si aspetta la risposta da qualcuno. Stesso mezzo.

Oppure, semplicemente, condividono le risposte buffe, il boicottaggio delle stesse.

Che ci sia o meno il wifi a scuola, non è un problema.
Son tutti smartphone di connessione dati autonoma muniti.
I telefonini sarebbero vietati? Vanno depositati?
Certo. Le foto arrivano sui social, in diretta dalle aule di esame, per magia. Con la sola imposizione del pensiero.

I quadri degli scrutini finali (delle scuole che hanno o non hanno il sito web per la comunicazione con le famiglie) viaggiano via foto dei tabelloni, classe per classe, postate dal compagno/a su Facebook che tagga tutti e l’informazione capillare è fatta.

Trasparenza e dematerializzazione digitale nella PA, con mezzi propri.

Postasse un prof quelle foto dei voti (o la scuola ufficialmente sulla sua pagina o profilo Facebook), apriti cielo!
La privacy, signora mia!

I Commissari Esterni degli Esami di Stato viaggiano via Gruppi Facebook. Ingenuamente aperti al pubblico o furbamente chiusi in gruppi privati.
Cioè non è che sono i Commissari ad essere 2.0 e a viaggiare sul social network. Le informazioni che li riguardano, invece, sì.

Immagine 2

Pardon, qualcuno sa come interroga di solito TIZIO del LICEO CAIO? Perché, pur essendo l’esterno di italiano, a quanto pare ci farà anche qualche domanda di latino. Gli interessa parecchio la grammatica?

Sentite qualcuno conosce per caso SEMPRONIA prof di Inglese del ISTITUTO X?
A vederla sembra buona come il pane quindi l’unica cosa che mi interessa, se qualcuno l’ha avuta come professoressa, se è particolarmente fissata con qualcosa.
Grazie in anticipo

Le tracce della maturità viaggiano via Plico Telematico.
Presunti hacker elargiscono presunti trucchi per.

Mi spiace, almeno il Plico è al sicuro fino alle 8.30 del 19 giugno.

Un paio di minuti dopo, però…ovviamente cercate su Twitter e Facebook e, magia, anche quest’anno si diffonderanno in tempo quasi reale.
E, purtroppo, i temi svolti in tempi brevi, riusciranno anche a rientrare. Come dalla notte dei tempi, adesso però via Whatsapp, ovvio.

I telefonini sarebbero vietati? Vanno depositati?
Certo.

Mandatemi una foto, se riuscite, della cattedra dove verranno depositati i cellulari, per favore.

Sarà bello vedere il Museo del GSM e dell’ETACS nel 2013. Molto bello. Che amarcord!

Gli smartphone nel mentre, ingombrando molto meno della cara vecchia cartuccera, saranno ben nascosti e pronti alla connessione e allo sharing in entrata e in uscita.

Stupiti?
Io per nulla.
E’ la scuola 2.0 vista dal basso, bellezza!

Nota Bene: faccio tanto la conoscitrice di queste cose ma prendete queste informazioni con le pinze. Gli studenti potrebbero anche essere molto più avanti e smart con le tecnologie e io non stare più al passo con le ultime app, ok?

;)

Internet e la distrazione continua

Effetti di Internet sul nostro cervello. La distrazione, in primis.

A quanta informazione siamo esposti contemporaneamente?
Quanto a lungo riusciamo a rimanere concentrati su quello che stiamo facendo?

Ops, una nuova mail.
Ops, di cosa si sta twittando oggi?
Ops, Tizio ha messo Mi Piace su una foto di te.
Ops, ti sto Whatsappando…
Ops…

information overload

Quali informazioni vengono consolidate nella nostra memoria?
Sicuri di aver appreso qualcosa tra tutte queste notifiche?
Dalla memoria di lavoro a brevissimo termine cosa passa e resta nella memoria a lungo termine?

La capacità di stare attenti è la chiave del nostro apprendimento.

Attention is the Key.

Se perdiamo il controllo della nostra attenzione, non rimaniamo “focused”, non impariamo nulla. Dimenticheremo già dopo qualche minuto, scalzati da una nuova mail con quelle foto di gattini che non possiamo non aprire subito.

A che serve apprendere qualcosa di nuovo?
Tanto abbiamo Google quando ci serve sapere cos’è una cosa, qualunque cosa.
Mozart, Michelangelo, Shakespeare, Picasso non avevano Google ma un grande controllo su ciò che imparavano e su ciò che poi si trasformava in opera di cultura da condividere con altre persone.

Imparare a pensare in maniera critica, anche con l’aiuto di internet.
Continuare sempre a imparare. Non lasciamo che faccia tutto un computer.
Troppo comodo non usare il cervello.

Internet è uno strumento potentissimo grazie al quale dobbiamo continuare ad imparare.
Ecco perché è bene, ogni tanto, rimanere unplugged e dedicarsi ad altro.

Tanto a sera le mail, i mi piace di Facebook, i retweet, le foto dei gattini ecc. saranno sempre là ad aspettarci.

(via)

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