Archive for 11/01/2010

A studiare storia con internet i pellerossa si dividono in buoni e cattivi…

Ambientazione: in classe, scuola superiore, un professionale di una qualunque città capoluogo di una delle Regioni del Regno (ci son sempre i Borboni quaggiù, vero?).

Vabbè fuor dagli scherzi, in classe si faceva storia. Rivoluzione americana, annessi e connessi e il compito di approfondire cosa successe agli indiani d’America in mezzo a tutto quel trambusto, come vennero trattati, perchè finirono nelle riserve, cose così. Approfondire, andare oltre quello che dice il libro di testo, trovare altro materiale, condividerlo, saperne di più.

Approfondire a casa, cercare materiale, selezionarlo se utile, riportare i risultati in classe, per leggerli insieme. Questo chiede  un docente, quando chiede di approfondire.

Google, scrivi “pellerossa“, clicca cerca, prendi la prima voce che viene fuori (tanto si sa che è Wikipedia) portala in classe. Questo fa l’alunno. Questo fanno tutti gli studenti del Regno, oramai. Borbonici, Polentoni, o residenti nella caput mundi. Tutti uguali gli studenti davanti a internet, anche quelli che internet se la fanno prestare dal compagno, se non ce l’hanno.

Oramai, però, anche la prof di storia lo sa che poi finisce così, con sole due varianti possibili di svolgimento del compito assegnato: gli studenti stampano la ricerca “i pellerossa” così com’è da Wikipedia oppure gli studenti copiano a mano la ricerca “i pellerossa” così com’è da Wikipedia sul quaderno per far vedere che hanno studiato perchè ci hanno dedicato veramente tempo.

Allora anche una prof di storia, oramai, avvisa a gran voce: “Non mi portate tutti quello che viene fuori da Wikipedia. Almeno, non solo. Qualcuno trovi la cultura, qualcuno le origini, qualcuno le riserve ecc., insomma non portate le stesse cose in classe, non ci serve.”

I furbi cosa fanno? Prendono la pagina dei “i pellerossa” così com’è da Wikipedia e se la dividono: così uno ha il foglio della cultura, un altro le origini, un altro le riserve ecc. C’è sempre un modo per far quello che ti assegna anche la più scaltra delle prof e col minimo sforzo, insomma. Che gli puoi contestare? Ognuno ha un documento diverso da leggere, come richiesto, no?

Dal centro dell’aula una voce di alunno appartenente alla categoria numero due, quelli che copiano le ricerche a penna: “Prof, ho fatto come avete detto, non ho preso da Wikipedia, ho cercato altro con Internet” sventolando il suo quaderno.

“Evvai, finalmente hanno capito che bisogna verificare più fonti, che la ricerca non si fa solo con la prima voce di Wikipedia che appare cliccando cerca” pensò la prof di storia e anche quella di sostegno.

“Prof, la mia ricerca infatti è diversa dalla loro, dice altre cose. Però è un po’ strana. L’ho presa dalla Nonciclopedia

Dal fondo dell’aula un compagno “Nooooooooooooo non la puoi leggere alla prof.” (però passala qua fammi vedere che dice). Risate generali. Risate anche delle prof che però tentavano di far le gnorri.

“Finiamo  di mettere insieme tutte le info VERE sui pellerossa e poi la Nonciclopedia la leggiamo se c’è tempo per farci due risate.” Come spiazzare una classe di adolescenti facendo saper loro che tu sai quello che sanno loro, che lo sai benissimo.

La lezione prosegue con la prof di storia che chiede di cercare a casa anche una notizia recente, quella della sentenza per la quale uno stato americano dovrà risarcire i Nativi Americani per non so quanti miliardi.

“Aspettate, prof. Faccio io!”

Un alunno estrae uno telefonino di ultima generazione, tre millisecondi con google e trova l’articolo sul corriere online. Lo si legge e lo si commenta in classe. Niente compito a casa! Che gli puoi contestare? Hanno svolto quanto richiesto, no?

Nel mentre colui che si fece passare il quaderno del Nonciclopedico era assorto nella lettura, chiosando ad alta voce ogni tot “Prof lo dobbiamo leggere per forza alla fine! Prof è uno spettacolo!”

Un terzo alunno si rende conto di avere anche lui stampato non Wikipedia ma la Nonciclopedia e lo dice pubblicamente poi, voltandosi verso il Nonciclopedico del quaderno lo apostrofa “Io l’ho stampato senza guardare che stampavo, lo ammetto. Ma tu “sippropriuciotu” …l’hai copiata sul quaderno e non ti sei accorto??”

Un altro suggerisce a tutti, prof comprese, la lettura della voce nonciclopedica dedicata a Potenza e ai Potentini. Voce ovviamente conosciuta da tutti, prof comprese. Che vi pare?

Sfumando l’ora, verso il suono della campanella.

Alla fine vennero anche letti i pellerossa, quelli che “si dividevano in Pellerossa buoni e Pellerossa cattivi. Si distinguevano gli uni dagli altri perché i primi erano i primi a morire, spesso uccisi dai Pellerossa cattivi, i quali finivano sempre quasi per vincere, ma alla fine perdevano a causa dell’arrivo dei nostri…ecc. ecc.”

Alla fine dell’ora di storia, non solo abbiamo fatto storia. Si è discusso sulla verifica delle fonti concordando che non basta copia/incollare e stampare da internet  perchè il materiale va guardato e verificato. Si è utilizzato internet dal telefonino per trovare l’approfondimento che serviva (e suvvia passi che non si usano i telefonini in classe, tanto li usano lo stesso e vanno su Facebook). Studenti e prof hanno parlato la stessa lingua senza divari generazionali e digitali.

Poi dici far didattica con le tecnologie.

Soprattutto, ci siam fatti 4 risate. Con buona pace dei pellerossa buoni e cattivi. Augh.

Twitter: identità e essere influenti dipendono dagli altri

(via Lifestream Blog) La tua identità su Twitter è fatta da quello che ci scrivi tu sopra e da come lo usi ma anche, e forse soprattutto, da come ti vedono gli altri. Anche se possiamo inserirci in liste per categorie (decise da noi) utilizzando strumenti tipo WefollowTwibes, l’informazione riguardo il “come ci vedono gli altri” e cosa pensano di noi ci viene sicuramente dalle Liste Twitter in cui altri utenti ci hanno inserito. La web reputation dipende soprattutto dagli altri e non da te.

E non è tanto il numero di liste in cui ci inseriscono gli altri utenti Twitter a fare di noi degli utenti in qualche modo influenti, quanto i temi e/o categorie in cui i nostri contatti ci inseriscono. Occorrerebbe quindi poter verificare non solo il numero di liste in cui siamo inseriti, operazione che tutti gli utenti Twitter possono effettuare autonomamente dal loro stesso account ( http://twitter.com/NOMEUTENTE/lists/memberships) ma la loro utilità per l’utente che le crea, a partire dal nome/categoria/tag che l’utente assegna alle sue liste e alla loro composizione.

In pratica, occorrerebbe una identity page, una pagina in cui capire l’identità di una persona su  Twitter vista dagli altri utenti, una pagina costruita mediante una sorta di tag cloud che analizza le keywords, le parole chiave delle liste in cui gli altri utenti ci inseriscono.

Il servizio per fare tutto ciò esiste ed è Mustexist/list_tags. In pratica quando veniamo aggiunti in liste Twitter, gli utenti ci taggano, ci assegnano dei tag, delle etichette, che vanno dal semplice “persone che conosco” al “blogger” o anche al “da evitare”!!

Mustexist/list_tags non fa altro che analizzare queste etichette (i nomi delle liste Twitter in cui siamo inseriti) e tirare fuori la nostra identità Twitter.

Cosa dicono gli altri di noi? Inserisci il tuo nick (autorizza l’applicazione loggandoti con Twitter, ma è facoltativo) e aspetta l’analisi che Mustexist/list_tags farà per te.

Viene fuori l’immagine di tutte le keywords utilizzate per descrivere noi nelle liste in cui siamo inseriti. Io sono inserita in 116 liste.

Quante più volte è stata inserita la parola chiave, tanto più grande sarà la parola nella tag cloud risultante.

La mia è “Blogger”, seguita da “italia” come potete vedere.

Si può cliccare su ciascuna delle parole che vengono fuori dall’analisi di Mustexist/list_tags e accanto verranno mostrate le liste corrispondenti in cui siamo inseriti e da parte di chi, corrispondenti a quella parola. Inoltre, appaiono anche le top list di Twitter, quelle maggiormente seguite, per quella data parola chiave.

Mustexist/list_tags è utilissimo quindi per conoscere l’immagine che gli altri utenti si son fatti di noi ma anche per verificare come viene visto realmente un qualunque utente. Esempio banale: è facile descriversi “social media expert & web 2.0 strategist & social network evangelist” da soli. Poi vai a vedere la tag cloud risultante da Mustexist/list_tags e dalle liste in cui si è stati inseriti e scopri che la parola chiave più frequente è “scassaballe” ;) (io, fortunatamente, solo una volta. No, non mi conoscete bene per nulla!!!)

Il ritratto dell’utente Twitter in questione è sicuramente più realistico, così come la sua vera identità e la sua capacità di essere realmente considerato tra gli utenti più influenti per una determinata categoria.

Ci sono strumenti tipo Favstar.fm che permettono di valutare quante volte è stato preferito, fino a poco tempo fa si considerava parametro utile per valutare quanto fosse influente un utente su Twitter anche il numero di Follower, il rapporto tra follower e following, possiamo utilizzare anche strumenti come KloutTweetrank (tra i più usati e noti)… insomma l’identità online, su Twitter si costruisce tenendo conto del parere degli utenti che ci seguono. Non è un fatto puramente personale ed egocentrico, anzi.

Chiaramente gli account Twitter privati hanno metriche di “autorevolezza” un po’ sfasate proprio dalla privatizzazione dell’account. (su questi altri strumenti, magari ci torno presto).

Disequazioni for Dummies

Ma chi me lo doveva dire? A sottotitolo di questo post.

Mi perdonino i matematici, gli ingegneri, coloro i quali – già vi vedo – storceranno la bocca, si morderanno il labbro, pronti a urlare  “Noooooooo, sacrilegio”.  State buoni, l’obiettivo lo dichiaro subito:  mi tocca spiegare come se avessero 8 anni, possibilmente rendere meccanico qualcosa di logico, possibilmente mettere in condizione  i miei “diversamenteclienti” di risolverne qualcuna semplice semplice. Non di svolgerle al 100% sapendo esattamente dove si va a parare e cosa, matematicamente parlando, riserverà loro il futuro.

Mi son già, precedentemente, arrovellata creativamente a spiegare le equazioni di primo grado, palla al centro e ci riuscimmo.

Metodo impeccabile valido tutt’oggi che affrontiamo la maggior complessità di quelle di secondo grado, tanto che oramai è curiosità pura per il mio cliente n. 1:  “Se c’è 2 sopra la X abbiamo 2 soluzioni” (perdonatemi perdonatemi perdonatemi questo spiegare con linguaggio non appropriato alla disciplina), la testolina mi dice “allora io metto 3 sopra e ne voglio 3 di soluzioni, le voglio fare difficili” ed io a riprenderlo che no, già son complesse queste col 2 sopra, c’è ancora il Delta da affrontare creativamente, per tornare nei ranghi.

Se il pensiero astratto è carente, se cognitivamente ci sono dei limiti, in qualche modo gli ostacoli vanno aggirati. E anche il Delta sarà nostro amico, promesso!

Ma tu non insegnavi inglese una volta, si chiederanno i miei 10 lettori.

Certo, la classe di concorso è quella, grazie all’abilitazione sto sul lato della medaglia chiamato “Sostegno”, in teoria il mio ambito è quello Linguistico, in pratica la realtà ti porta ad esperienze didattiche che variano caso per caso e non hai materialmente il tempo e il modo di scusarti e dire “Ah no, matematica non mi compete” se la programmazione differenziata prevede che si agisca anche su quelle piccole competenze cognitive, per potenziarle, quando presenti. Quindi: “Ah si, matematica, anche, mi compete”. (Menomale che ho fatto lo scientifico, menomale che ho fatto lo scientifico, menomale che ho fatto lo scientifico…è diventato il mio mantra.)

Con il cliente n. 2 (caso cognitivamente e fisicamente diversissimo dall’altro, per alcuni tratti in negativo, per altri molto meno) siamo giunti alle disequazioni. Siamo più avanti col programma, si direbbe in gergo.

Nulla di creativo qui, per ora. Che ci può essere di creativo in un Delta che una volta è maggiore di zero, una volta è uguale e una volta è minore. I casi sono quelli. La parabola tocca in due punti, oppure in uno solo, oppure non tocca mai. La parabola sta sempre sopra, perchè c’è il trucchetto per ritornare ad avere “a” maggiore di zero. La parabola, dopotutto,  è spiegare un concetto difficile con uno più semplice e magari dare un insegnamento morale.E l’insegnamento morale, nel nostro caso, è : “Dai che ce la possiamo fare, testolina!”

Insomma lo specchietto della spiegazione della risoluzione delle disequazioni, come lo fai, lo fai, queste cose deve contenere.

Solo che, l’obiettivo è sempre quello:  spiegartelo come se avessi 8 anni, possibilmente renderti meccanico qualcosa di logico, possibilmente metterti in condizione di risolverne qualcuna semplice semplice. Non di svolgerle al 100% sapendo esattamente dove si va a parare.

Obiettivo minimo si chiama. Anzi no, hanno cambiato la dicitura, adesso parliamo di raggiungimento dei livelli minimi di sufficienza. Mio compito è inventarmi qualunque metodologia per farteli raggiungere o almeno poter dire “Ci abbiamo provato”.

Ho sempre la creatività dalla mia e le mie penne colorate, no?

L’ennesimo specchietto con la spiegazione delle Disequazioni contiene tutto quello che devi sapere. L’ennesimo specchietto, frutto del lavoro e della pazienza che neanche al liceo quando toccava a me essere interrogata su queste cose. Le disequazioni for Dummies.

Le disequazioni in PDF direttamente dal quaderno all’iphone, passando per l’applicazione ScannerPro (Link AppStore) che, dopo questa laboriosa e colorata elaborazione,  mi meritavo sia il momento geek “Ma quanto è figa la profe con l’iphone”,  sia la conservazione del capolavoro per il successivo ri-uso col cliente n. 2. Che, secondo voi, mi rimetto a riscrivere il tutto un’altra volta, quando servirà? Seee… i learning object vanno riutilizzati. Adattati, magari, ma riutilizzati sempre!

Le Disequazioni for Dummies:

Disequazioni

Anche l’ingegner husband ha approvato ed applaudito. Ma chi me lo doveva dire?

Social Network su Tv7 del 15 gennaio 2010

Cosa sono i social network, come vengono usati dalla gente (e la creatività della gente osa usi e contesti che fanno spesso rabbrividire gli utenti già più abituati al web 2.0), attenzione a cosa si condivide online.

Perchè dietro lo schermo ci sono le persone, dietro lo schermo ci siamo noi.

Ieri sera è andato in onda in Tv7 su Rai1 un servizio sui Social Network a cura di Francesca Oliva. Io son quella riccia all’inizio…no, non quella che si sposa e twitta! Insieme a me, Roldano De Persio e Massimo Melica. Buona visione.

Ah, appaiono oltre ai conosciuti Facebook e Twitter anche Friendfeed e Meemi, Linkedin…ottimo! Social Network non è solo Facebook, piccole aperture e apparizioni del resto del web 2.0 che non possono non essere apprezzate.