Intelligenza collettiva o Dumbness of crowds

Semplifico da qui. Prendiamo la comunità degli appassionati dei cani, gente esperta e appassionata. Diamo loro un compito collaborativo: progettare il cane perfetto lavorando attreverso gli strumenti di comunicazione online, tenendo conto del contributo di tutti e facendo in modo che nel prodotto finale confluiscano e abbiano la stessa importanza le idee di tutto il gruppo.
P. Levy la chiamava intelligenza collettiva. "Oggi, se due persone distanti sanno due cose complementari, per il tramite delle nuove tecnologie, possono davvero entrare in comunicazione l’una con l’altra, scambiare il loro sapere, cooperare." Altri hanno definito questo processo apprendimento collaborativo. Non entriamo nei dettagli, ritorniamo al cane perfetto.
Due saranno i possibili risultati alla fine del processo: il cane generico, un cane astratto che possiede la media delle caratteristiche attribuite dai partecipanti oppure il Frankendog, composto da un patchwork di parti che nè in natura nè altrimenti sarebbero state mai aggregate insieme.

In entrambi i casi il prodotto dell’intelligenza collettiva/ collaborativo non rappresenta una conoscenza condivisa del gruppo e la conseguente creazione dell’innovazione, ma l’aggregazione della conoscenza dei singoli, mediata dalla comunicazione online, dalle sue dinamiche, dai suoi strumenti, ma non prodotta dalla collettività. "Dumbness of Crowds" viene chiamata. L’incapacità reale (o l’impossibiità) dei gruppi di persone di parlare in quanto gruppo e non in quanto singoli componenti del gruppo. La differenza fondamentale col concetto di intelligenza collettiva in questo esempio: è molto più facile dall’insieme di set di foto su Flickr (appertenenti a singoli) produrre nuove idee di condivisione e collaborazione (Intelligenza collettiva) che un gruppo di persone lavori insieme per editare e modificare una foto su Flickr (Dumbness of Crowds…riusciranno i nostri eroi o sarà sempre un singolo alla fine a lavorarci su e non il gruppo?).

Il così come l’ 2.0 si fondano sul social software, sulla condivisione della conoscenza, sulla collaborazione in rete ecc. A ben pensarci è però il singolo che scrive le sue idee nel suo , è il singolo che inserisce i suoi video su Youtube o le foto su Flickr, sono singole persone che aggiornano e curano le voci di Wikipedia, sono i singoli Twitter a rispondere alla domanda "Cosa stai facendo?".
La conoscenza condivisa è conseguenza non punto di partenza.

In effetti, in aula così come in corsi e-learning, l’apprendimento collaborativo è sempre difficile da realizzare. E poi prende molto tempo, richiede di investire molte energie. "Collaborative learning is often like putting your right hand over your head to scratch your left ear. It just takes too long." (D. Clarck)

E’ nel processo di progettazione del cane perfetto che ognuno avrà imparato qualcosa di nuovo e rilevante, ma prima di tutto per sè stesso. E’ nel processo di costruzione del proprio pezzo di cane perfetto che il singolo cercherà risorse e informazioni, le assemblerà, le aggancerà alla conoscenza pregressa, ci ragionerà.  Le reti e le relazioni verranno dopo. Saranno espressione di collettività ma proprio grazie alle conoscenze del singolo.

Forse è anche per questo che la non può (almeno per ora) assumere una identità collettiva riconosciuta e riconoscibile. Però idee del singolo blogger, come questa di stefanoepifani che utilizza un  metodo di lavoro personale quale il prendere appunti e metterli in ordine, una volta condivise attraverso la rete, generano o no conoscenza condivisa? O meglio generano o no nuova conoscenza in ogni singolo che leggerà e farà propria per le parti che vorrà o semplicemente riproporrà l’idea come metodo condiviso nella ? Un po’ come il discorso che si faceva più su delle foto su Flickr…

Tutto ciò va approfondito…che ne pensate?

catepol - Caterina Policaro

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10 pensieri riguardo “Intelligenza collettiva o Dumbness of crowds

  • 29/01/2007 in 10:45
    Permalink

    considerando che (mea culpa perchè scrivo direttamente nell’editor) il post l’ho rifatto almeno 4 volte…se in alcuni passaggi non è chiaro ditemelo che vedo di riscrivere meglio

    Risposta
  • 29/01/2007 in 10:56
    Permalink

    Ma l’apprendimento collaborativo non è progettazione, perlomeno non in senso stretto (escludo accezioni come “progettazione di sé”, in senso filosofico-esistenzialista) né come unica esclusiva pratica richiesta ai discenti. L’apprendimento è.. apprendere, e non progettare il proprio apprendimento (ammetterai che avremmo per le mani dei discenti super, se fossero da subito così abili da impiantare in chiave meta- una strategia per conoscere).

    Apprendere è scoprire di aver appreso, scoprirsi capaci di un saper fare, di performance, di aver acquisito una competenza e sapersela giocare in vari campi di attuazione.

    Ieri sera ascolto per caso pieroangela che mi spiega volume, pressione e temperatura con un palloncino, e stamane in classe per spiegare la pentola a pressione mi salta in mente proprio il palloncino, e scopro così di aver appreso mentre faccio apprendere. Ma non ho progettato il mio apprendimento.

    Quello che tu descrivi, mi sembra piuttosto una attività collaborativa simile a quella che si può realizare ad esempio con le mappe concettuali, CMap, dove in seguito all’esposizione ad una consegna, il discente deve sicuramente elaborare una posizione conoscitiva, redigendo per l’appunto una mappa che evidenzi collegamenti e nodi concettuali.

    Poi la mappa può essere pubblicata e sottoposta al giudizio e al lavoro corale, ma è indubbio che la scintilla iniziale scatta sempre da un individuo.

    Questo per sottolineare come giustamente la “creazione collettiva” sia un mito, anche dentro i brainstorming, ed in realtà la collaborazione avviene mediante successivi raffinamenti e indirizzamenti collettivi e colaborativi di idee inizialmente nate dentro i singoli cervelli dei partecipanti (cervelli “sociali”, però).

    Quindi: se nel tuo esempio il compito dato è “progettare il cane perfetto”, siamo in un ambiente di progettazione, non di apprendimento. Siamo in una specie dell’ambiente collaborativo a distanza, dove la differenza specifica è data dalla finalità di questi sottoambienti, in un caso dedicato all’apprendimento collaborativo e nell’altro caso dedicato alla progettazione collaborativa, due cose diverse, che sollecitano attività diverse nei partecipanti.

    Quindi: il Frankendog E’ il cane generico. Cosa vuoi che venga fuori da un brainstorming per la progettazione del cane perfetto (e se tu avessi detto “descrivete il cane perfetto, ribadisco sarebbe stato tutto un altro compito)?

    Ed in questo caso “il prodotto dell’intelligenza collettiva/apprendimento collaborativo” è proprio “una conoscenza condivisa del gruppo e la conseguente creazione dell’innovazione” che altro non può essere se non “aggregazione della conoscenza dei singoli, mediata dalla comunicazione online, dalle sue dinamiche, dai suoi strumenti”, definitivamente un prodotto della collettività. Se non fosse un prodotto della collettività (della comunità coinvolta nel tuo compito di progettazione), quel cane Franke-generico non avrebbe mai visto la luce.

    Quindi: è inutile porsi il problema della conoscenza condivisa come conseguenza o come punto di partenza (uovo e gallina); noi giungiamo in un gruppo per progettare ed apprendere con la nostra massa di conoscenze pregresse, apprese in situazioni sempre sociali (nessun uomo è un’isola), e le mettiamo in gioco in una situazione sociale. La conoscenza è sempre condivisa, in quanto sempre sociale.

    Nel momento in cui il singolo ragiona sul cane perfetto, è GIA’ dentro una rete di relazioni.

    Non capisco il riferimento alla blogosfera: i blogger sono forse come gli Amish? Indossano e veicolano valori o stili di vita diversi? Fanno cose diverse da altri gruppi sociali? Sono solo persone che si esprimono dentro i nuovi media… sono come gli umarells che si trovano in piazza a capannelli per dar notizia e commentare i fatti del giorno.

    Gruppi sociali che non sentono il bisogno di un’etichetta definitoria. I blogger sì? Forse che i blogger soffrono della terribile pena del non essere riconosciuti nel loro lavoro? Un po’ di nevrosi? Mi ricorda la barzelletta del bambino in bicicletta… “mamma, guarda, senza mani!” e poi “mamma, guarda, senza un piede!”, e poi…

    ciao

    Solstizio

    Risposta
  • 29/01/2007 in 11:11
    Permalink

    Ma così non vale.

    Il tempo di pubblicare il commento sopra, e mi accorgo che hai cambiato il post, e lo comunichi anche.

    Comunque ribadisco: il tuo prossimo post, lo scriverà una Catepol diversa, entità “a valle” di questo post e relativi commenti.

    Quindi sarai cambiata, anche se infinitesimamente, e questo perché esprimerti e leggerti è un’attività sociale, è una modificazione della tua formamentis. Questo è apprendimento collaborativo, vero.

    Solstizio

    Risposta
  • 29/01/2007 in 11:13
    Permalink

    solstizio perdonami… stavo leggendo il tuo commento invece…approfondiamo

    Risposta
  • 29/01/2007 in 11:41
    Permalink

    solstizio l’esempio del cane perfetot l’ho tratto dal post che linko e ci ho fatto su una riflessione ampia che cercava di unire insieme (magari male ed in maniera incoerente) sia la blogosfera vista dai più come espressione di intelligenza collettiva, sia quello che nei corsi online si chiama apprendimento collaborativo.

    L’attività del progettare il cane perfetto mi sembrava adatta a tutti e due i mondi…esempio tratto dalla blogosfera il barcamp, la sua organizzazione, il suo sviluppo, le polemiche conseguenti a chi da alcuni interventi si aspettava altro.

    Oppure nei corsi e-learning, visto con l’occhio di chi (io) spesso li progetta o li segue da docente/tutor, in passato anche da corsista…

    Risposta
  • 29/01/2007 in 21:51
    Permalink

    Ho sempre odiato i lavori di gruppo e ho sempre preferito studiare da sola. Detto questo, si apprende sempre da qualcuno e con qualcuno: la Rete amplifica le possibilità di interazione e di apprendimento purché si sia disposti ad utilizzarla per questo scopo. Si impara ad usare la Rete appunto usandola e mettendosi in gioco: ma la logica sottintesa a questo tipo di apprendimento è abbastanza diversa da quella tradizionalmente utilizzata in altri contesti e può essere poco produttivo sovrapporre un paradigma all’altro. Devo ammettere che ho sempre un po’ diffidato dall’ e-learning, credo perché ho uno stile di insegnamento molto “fisico” (garantisco che un’ora di lezione equivale per me ad un’ora di palestra). Viceversa mi piacerebbe che i miei alunni si trasformassero in “vagabondi” della Rete, in cacciatori di informazioni, in pellegrini della conoscenza. Per poi discuterne in classe e “fuori di classe”, con chi è vicino e con chi è lontano. Ma è maledettamente complicato

    Risposta
  • 01/02/2007 in 05:28
    Permalink

    Considerando che Internet è un Non-Luogo, dove (potrebbero valere) valgono le Non-Regole ed i Non-Umani (utenti, atavar, nicks) si esprimono, occorrerebbe stabilire, prima di “bruciarsi” i Neuroni del Cervello, se la Non-Società, che si sta creando, sia basata sulla Conoscenza o sulla Informazione.

    Chiedersi cos’è la Conoscenza (sia singola che collettiva) e cos’è l’Informazione.

    In “soldoni”, per non approfondire troppo in questo post, l’attuale Società è basata sull’Informazione, sia essa multimediale o feed RSS o Podcasting, e nulla più.

    Quello che porterebbe gli utilizzatori, utenti, alunni di e-learning o comunque i fruitori di Informazione alla Conoscenza è l’Esperienza (sia singola che collettiva).

    Nelle varie forme di “Flickr-ing” o “Twitter-ing” o “YouTub-ing” o “Messag-ing” l’esperienza dei singoli diventa una forma d’Informazione Collettiva e non di Conoscenza Collettiva.

    Questo perché manca la “fisicità”.

    Cioè il “vivere” assieme nello stesso momento e, soprattutto, nello stesso posto l’evento.

    Per cui nel Non-Luogo esiste il Non-Vissuto.

    Quindi io sono informato che una altra persona “potrebbe” avere un cane, ma non sono interessata a crearne uno perfetto.

    Io ho la mia cagnolina, ci vivo assieme, e so che non potrà essere mai perfetta

    Dato che sono le 5.25 del mattino penso che basti.

    Risposta
  • 01/02/2007 in 18:19
    Permalink

    stavo ragionando quasi in contemporanea su un problema analogo, penso che il prossimo passo verso un web più utile sia in direzione di un’organizzazione dei contenuti, e probabilmente l’unico modo, forse il più semplice, sia fare in modo che chi legge abbia uno strumento per esprimere una valutazione. Non so se potrebbe essere definita “intelligenza collettiva”, ma immagino una sorta di aggregatore interattivo che filtri i post dell’intera blogosfera automaticamente in base alle mie preferenze, che al tempo stesso _impari_ le cose che mi interessano ed abbia un output molto semplice (tipo una scelta obbligata “interessante/inutile” per uscire dalla pagina) per dare il feedback, in modo che chi userà lo stesso sistema dopo di me potrà giovarsi del mio parere.

    O così o impazziremo, io sono già a buon punto… :-/

    Risposta
  • Pingback:Scenius ovvero il Genio della Community, il Social Genius : Catepol 3.0

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